Atypical: come Netflix mette in scena l’autismo | Recensione

Atypical è una serie tv americana che ha debuttato l’11 agosto 2017 su Netflix.

Sam Gardner è un ragazzo di diciotto anni, è all’ultimo anno di liceo, ama i pinguini e lavora in un negozio di elettronica con il suo migliore amico.  Ha una famiglia piuttosto ordinaria: una sorella più giovane appassionata di sport e dei genitori che gli vogliono bene.Sam è affetto da disturbi dello spettro autistico. Vorrebbe incominciare a uscire con le ragazze, nonostante gli altri lo trovino “strano”. È alla disperata ricerca di un po’ di indipendenza, soprattutto dalla pressante madre, la quale si sentirà presto esclusa.


La creatrice della serie è Robia Rashid, la co-autrice e produttrice di How I met your mother.


La madre Elsa è interpretata dalla bravissima Jennifer Jason Leigh, il padre Doug dal comico Michael Rapaport.

Fin dal primo episodio la serie riesce a catturare l’attenzione dello spettatore e, a parte qualche scena mal gestita, la visione scorre piacevolmente.
I personaggi cadono in certi cliché della famiglia americana, ma mantengono la storia accattivante.

Non è la prima volta che Netflix firma prodotti dalle tematiche forti, come 13 Reason Why e To The Bone.

 

L’autismo è un argomento spinoso e, decisamente, attuale. Raramente portato sugli schermi da un ragazzo adolescente, l’età più delicata e complicata per chiunque.
Qui, senza patetismi o ovvietà, si portano a galla i retroscena di una normale famiglia, alle prese con un normale ragazzo in cerca della propria indipendenza.

Sam è un ragazzo consapevole dei propri problemi e la sua genuina visione del mondo ci fa notare la sottile linea che divide anormalità da normalità.

Attraversiamo con lui i cambiamenti e le novità, ma seguiamo anche gli effetti che un personaggio come Sam ha sugli altri.

Non mancano momenti divertenti, infatti la serie vanta un ottimo bilanciamento tra drammaticità e comicità.

L’intera produzione è stata seguita dalla Dott.ssa Michelle Dean, della University of California.
Il Centro per la Ricerca e il Trattamento dell’Autismo di Los Angeles ha approvato l’intento divulgativo della serie.
Dal punto di vista “medico” Atypical è in una botte di ferro.
La qualità non è eccelsa, ma intrattiene il giusto per gli standard della piattaforma.

Alla prossima e grazie della lettura! 
Martina V.

 

Game of Thrones: perché tifare per Jaime Lannister e cominciare a odiare la Madre dei Draghi!

Attenzione: questo articolo contiene spoiler sulla settima stagione di Game of Thrones.
Attenzione: il titolo di suddetto articolo è fin troppo sensazionalistico.
Attenzione: questo articolo non ha alcun senso logico o scopo fuorviante. 


Prima di questa ultima stagione ero una tra quelle persone che faceva il tifo per Danaerys Targaryen.
Ce l’ha menata per 6 stagioni con ‘sta storia di essere nata durante una tempesta. Lucky you.
Venduta come una cavalla.
Maltrattata.
Derisa.
Hanno cercato di farla fuori in tutti i modi.
C’è quella cosa che come dice lei Dracarys non lo fa nessun’altro.
Libera gli schiavi.

Per forza di cose alla fine ti ritrovi  a sperare che finisca su una cazzo di nave e che torni alla sua benedetta casa.

Peccato che sia solo una ragazzina irrequieta che non vede l’ora di sfoggiare la potenza di fuoco dei suoi draghi.
Esattamente come fece suo padre.
Libera intere città dalla schiavitù, ma appena approdata a Westeros decide di cavalcare coi draghi ad Approdo del Re per la grigliata tattica di ferragosto.
Ed è pure una feticista delle ginocchia. Chiedete a Jon Snow.


Ma perché dovremmo tifare per Jaime? 

Perché, a differenza della Signora Infuocata, è un personaggio coi controco*****, in continua evoluzione e dannatamente ben costruito.

Perché possiede un minimo di senso etico e di buonsenso.

E poi perché, se muore, nessuno saprà mai la verità su chi ha davvero ucciso Joffrey.
E io voglio vedere la faccia di Cercei quando lo verrà a sapere.

Recentemente è stata avanzata un’ipotesi sul perché Jaime si sia fiondato alla carica contro un mortale drago.
Un disperato tentativo di ribaltare le sorti della battaglia o un istinto dovuto al proprio passato?
Il soprannome di Jaime è Lo Sterminatore di Re.
Come si può vedere in questo video Jaime ha ucciso il re che serviva perché dava ordine di bruciare vivi i suoi (presunti e non) nemici.

Tutti ricordiamo la puntata in cui lui si apre con Brienne e le racconta dell’origine del suo soprannome.

Il tutto lascia intendere che sia rimasto leggermente traumatizzato dalla passione per il fuoco dei Targaryen e che abbia quindi deciso, impulsivamente, di gettarsi contro un drago incazzato nero perché ferito, desideroso di uccidere la Madre dei Draghi con una picca.

Bel tentativo. È stato tutto epico come poche cose, sappilo.


Ma poi… come fa ad affondare così a lungo in un fiume? Saltandoci dentro da riva, oltretutto.
I misteri della natura.

Vi lascio con questa bellissima fan-art

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E ora ripete con me: “Gentili Benioff e Weiss, non fate cazzate.”

Grazie della lettura,
Martina V.

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Girls just want to have fun!

“Penso di poter essere la voce della mia generazione. O almeno, una qualsiasi voce. Di una qualsiasi generazione.” 

-Hannah

Girls, la serie tv creata da Lena Dunham e andata in onda per HBO, è terminata il 16 aprile con l’episodio 10 della sesta stagione. Ed è una cosa con cui bisogna fare i conti.

 

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Cos’è Girls

Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna sono quattro ventenni in cerca del loro posto nel mondo (più precisamente: New York). Questo improbabile quartetto di giovani donne scoprirà quanti sbagli si devono commettere, e quante umiliazioni si è disposti a sopportare, in nome dell’amore e delle proprie ambizioni, senza dimenticare i profondi legami d’amicizia.

“Sometimes being inside my own head is so exhausting that it makes me want to cry.”

-Marnie

La serie è stata creata, scritta, diretta da Lena Dunham, la quale ha vinto due Golden Globe (uno come migliore attrice in una serie commedia o musical e uno per la sceneggiatura e la regia); ha avuto 4 nomination agli Emmy ed è stata la prima donna a vincere il Directors Guild Award for Outstanding Director in a Comedy Series.

In Italia le puntate sono orribilmente inedite dalla terza stagione (italiani sempre sul pezzo).


La serie televisiva che ha accompagnato la mia adolescenza dal 2012 ad oggi, è giunta al termine. Per sempre. E la cosa mi rattrista molto. Non perché sono una drammatica ragazzina divoratrice di prodotti televisivi, ma perché mi ha dato tanto. Girls ha fatto parte della mia vita, mi è entrata nel cuore (e nella top 5 delle serie di sempre). E ora che sto vivendo i drammi che racconta, la sento più mia.

L’ho rivista, più volte. L’ho riguardata ora che ho la stessa età delle protagoniste, e le ho capite di più.
Ho capito che Hannah Horvath sono io. Ma che assomiglio anche a Marnie, certe volte. Che avrei voluto essere come Jessa. E che desidero avere un’amica come Shoshanna.

Grandi ambizioni, poca autostima, ma tanta voglia di mettersi in gioco. Hannah mi ha fatto capire che non possiamo aspettarci nulla di nuovo, se non andiamo a prendercelo; che la grande svolta non può arrivare, se non siamo abbastanza coraggiosi da rincorrerla, e che il lavoro dei sogni non arriva al primo colloquio.

Non abbiate paura di fallire perché, se credete davvero in qualcosa, avrete successo.

C’è un particolare episodio dedicato a lei che ho amato: “Voglio essere felice”, il quinto della seconda stagione.

“Mi rendo conto di non essere diversa. Voglio quello che vogliono tutti. Voglio quello che tutti vogliono. Tutte quelle cose. Voglio soltanto essere felice.”

-Hannah

Ho anche realizzato che Lena Dunham ci sa davvero fare.

Lena, come Hannah, ha saputo dipingere una generazione con realismo e veridicità; ha usato la parola femminismo quando ancora era una parolaccia, l’ha portata su un altro livello, regalandoci un moderno ritratto femminile.

È diventata un’icona femminista, facendosi valere e innalzando a stendardo un corpo ritenuto poco hollywoodiano, aprendosi al mondo in modo schietto e in prima linea per appoggiare le cause in cui crede.

Sono orgogliosa del suo lavoro e del modo in cui difende i diritti delle ventenni illuse.

Illuse non in senso negativo, ma perché ci credono. Credono saldamente in quel sogno.

Consiglio la lettura del suo romanzo: “Non sono quel tipo di ragazza”, edito da Sperling & Kupfer, una divertente raccolta di aneddoti sulle giovani donne moderne.

 


Difficile non rispecchiarsi in quei personaggi che vivono sullo schermo i nostri, banalissimi, drammi quotidiani, facendoli diventare quasi comici. Il dopo università, i colloqui di lavoro, il sesso, il matrimonio, le malattie mentali, le gravidanze… Il tutto senza apparire eccessivo, finto, patinato.

“Non mi piacciono le donne che dicono alle altre donne cosa fare, come farlo o quando farlo.”

-Jessa


Altra nota di merito va alla presenza di Adam Driver, l’attore antidivo, famoso principalmente per essere Kylo Ren nei più recenti episodi di Star Wars, ma che ha dimostrato la sua bravura in film impegnati come Hungry Hearts e Paterson.

La sua impeccabile recitazione ci ha donato uno splendido personaggio: Adam (si, si chiama così pure lui). Così completo, profondo, intenso. Un introverso dal cuore puro, capace di gesti e prove di totale bellezza. E alla fine si rivela sempre il migliore nel dare consigli.


Sul finale non ho molto da dire. C’era da aspettarselo. Non farò spoiler.

Tutto si è sistemato (più o meno) e quasi ogni cosa era stata prevista nelle precedenti stagioni. Mi ha amareggiata, intristita e probabilmente ricorderò questa serie per ben altri episodi, ma è finita nell’unico modo in cui poteva finire.

Quelle quattro giovani ragazze sono diventate donne.

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Grazie della lettura,

Martina V.

American Gods di Neil Gaiman: in arrivo la serie tv!

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Difficile non conoscere Neil Gaiman, scrittore apprezzato da critica e pubblico, giornalista, fumettista, sceneggiatore e, all’occorrenza, tuttofare nel palazzo di vostra zia.

L’autore è prevalentemente conosciuto per i suoi romanzi fantasy per ragazzi.

Tra le sue opere più famose ci sono: Stardust, American Gods, Coraline, Il Ragazzo dei Mondi Infiniti e la serie a fumetti Sandman.

American Gods è stato pubblicato per la prima volta nel 2001 e ha vinto il premio Bram Stoker, il premio Nebula e il premio Hugo, tre tra i più importanti premi di letteratura fantascientifica e dell’orrore.

Trama: racconta di Shadow, ingaggiato dal signor Wednesday come guardia del corpo. Ben presto, Shadow scopre che dietro il signor Wednesday si cela in realtà il dio nordico Odino che vuole riunire tutti gli antichi dèi per una grande guerra contro le nuove divinità, che vogliono prendere il loro posto nelle coscienze umane.


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Nel 2017 diventerà una serie televisiva; prodotta da Starz e ideata da Bryan Fuller e Michael Green.

B. Fuller è diventato famoso per aver lavorato a Star Trek: Deep Space Nine e Star Trek: Voyager e aver creato la serie tv Hannibal.

M. Green ha fatto carriera scrivendo episodi di Smalville, Heroes ed Everwood (quanti ricordi, mamma mia). È anche sceneggiatore dei film Lanterna Verde (2001), Logan – Wolverine, Blade Runner 2049 e Alien: Covenant (tutti e tre usciranno nel 2017). Roba non da poco, insomma.

La data della premiere è il 30 aprile.

Nel cast anche Ian McShane, un azzeccatissimo Wednesday, e Emily Browning, la Violet Baudelaire nel film Una Serie di Sfortunati Eventi (2004), nel ruolo di Laura Moon.

QUI il trailer

I presupposti sono ottimi, le basi per una buona serie ci sono, non ci resta che aspettare!

Martina V. 

 

Una Serie di Sfortunati Eventi – la serie tv di Netflix

Creata da Mark Hudis per Netflix, la serie tv si basa sull’omonima serie di romanzi (sono 13) scritta dall’autore statunitense Lemony Snicket (all’anagrafe Daniel Handler).

Per ora è disponibile la prima stagione, composta da 8 episodi, ma è stato annunciato il rinnovo per una seconda stagione, composta da 10 episodi.

Interpreti e personaggi:

  • Neil Patrick Harris: Conte Olaf
  • Patrick Warburton: Lemony Snicket
  • Malina Weissman: Violet Baudelaire
  • Louis Hynes: Klaus Baudelaire
  • K. Todd Freeman: Sig. Arthur Poe
  • Presley Smith: Sunny Baudelaire

Trama: i tre fratelli Baudelaire sono ragazzi dotati di particolari capacità: Violet, la maggiore, è un’abile inventrice; Klaus, quello di mezzo, ama i libri ed è in grado di ricordare tutto ciò che legge; Sunny, la più piccola, si diletta a mordere le cose.
Dopo l’incendio della loro casa, i tre fratelli diventano orfani e vengono affidati alle cure di un loro parente: il Conte Olaf, un attore fallito interessato esclusivamente a mettere le mani sull’eredità lasciata agli orfani Baudelaire dai loro genitori.


Di primo acchito la serie sembra entusiasmante, ma poi si rivela una brutta copia del film del 2004, diretto da Silberling.

Nonostante sia più fedele ai libri dal punto di vista narrativo, ricopia certi concetti chiave del film che non sono riportati nei suddetti (esempio: i cannocchiali), motivo che mi ha fatto dubitare dell’originalità della serie.

Jim Carrey nei panni del Conte Olaf è una figura insostituibile e la performance di Neil Patrick Harris, per quanto sia notevole, non regge il confronto. Persino il poco presente Lemony Snicket riesce a scavalcare la sua figura.

Gli interpreti dei fratelli Baudelaire sembrano le fotocopie di quelli del film (Emily Browning, Liam Aiken e Kara Hoffman), altro punto poco originale.

Non lo faccio presente per gridare “al plagio!”, ma c’era il rischio di non sapersi distinguere dalla precedente pellicola. Bisogna dare ai telespettatori un buon prodotto originale, non dei termini di paragone.

Le scenografie sono ottime, così come la regia e gli effetti speciali (circa).

Bellissima la sigla.

Menzione speciale per gli attori Patrick Warburton (Lemony) e Joan Cusack (Giudice Strauss).

Il suo unico difetto è quello di ricordare troppo il film (super sottovalutato, non capisco come possano farci recensioni negative).


In definita: la serie non è male, ma non mi convince.

Per chi ha letto i romanzi, e cerca qualcosa di molto simile, ne consiglio la visione.
Per chi non conosce la storia consiglio il film.
O guardatela per curiosità. Chi sono io per dirvi cosa fare?


Non avete mai letto i romanzi? Male. È una delle serie meglio costruite che io abbia mai letto. Avvincente e ricca di riferimenti culturali. Una lettura intelligente che mi sento di consigliarvi. In più hanno delle copertine bellissime.

 

Alla prossima,

Martina.

 

Una mamma per amica – i nuovi episodi

Eccomi reduce da una maratona di episodi.

Dopo ben 9 (NOVE!) anni di assenza torna Una mamma per amica, serie televisiva statunitense, andata in onda dagli anni 2000.

La narrazione riprende anni dopo l’interruzione del 2007, vediamo una Rory già trentenne alle prese con la vita da giornalista.

Gli episodi sono 4 e durano 90 minuti, ognuno è dedicato a una stagione dell’anno e sono stati girati tra il 2015 e il 2016. Tutti e quattro gli episodi (prodotti da Netflix) sono stati scritti e diretti da Amy Sherman-Palladino, la creatrice della serie.

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Si inizia con Lorelai che sente profumo di neve, è infatti inverno e mamma e figlia di rincontrano sotto al patio. Subito inizia una sequenza di dialogo, in pieno stile Gilmore che ci riporta indietro nel tempo, ed è subito malinconia.

La partenza è lenta, sembra quasi che la narrazione faccia fatica a ingranare, ma poi si riprende ed è tutto meraviglioso.

Ho notato una cosa e cerco conferme: durante la sequenza del chitarrista sul marciapiede, mi sembra che passino intorno a lui alcuni personaggi storici della serie, tra cui Jackson e Jess. Ho le traveggole o ci ho azzeccato?


Le riprese sembrano migliorate, ma c’è sempre il solito tocco che rimanda indietro nel tempo e ci rassicura sulla genuinità (un po’ come la rintracciabilità di filiera).

La serie non ha subito grandi cambiamenti di sorta al passaggio a Netflix.

I veloci sketch passano dall’ilarità a veri e propri momenti lacrimuccia. Il bello di questa serie è proprio questo: non importa quanto riderai, ti ricorderai di quando hai pianto. Perché se c’è una cosa che adoro in Una mamma per amica è che i personaggi sono dannatamente verosimili.

Ritroviamo quasi tutti i vecchi protagonisti; gli attori sono invecchiati, ma rimangono sempre nel ruolo. Non sembra siano passati nove anni da quando hanno rivestito i panni dei loro personaggi.

Le tre generazioni di donne Gilmore sono ancora un trio formidabile e rimangono un buon motivo per guardare lo show. Kelly Bishop è grandiosa, come sempre.


Qual è il segreto della serie? Come fa a essere ancora così bella? 

Caffè e cibo spazzatura a quantità industriali.

E una sceneggiatura da far invidia ad altre serie tv di successo; unito all’aver creato un universo magico, abitato da personaggi reali e mistici, creature bisognose di affetto e mamme fantastiche, ma pur sempre umane. gilmore-girls_notizia-2.jpg

Manca la sigla simbolo, che ci ha accompagnato per ben sette anni, nei lunghi pomeriggi su Italia 1. Questa è, probabilmente, l’unica pecca dei nuovi episodi. Mi sarei emozionata molto di più nel risentirla.

Anche chi era scettico si è dovuto ricredere: la novità funziona e, per ora, ha ricevuto un sacco di critiche positive.

Comunque i vecchi episodi (che ricordiamo sono 157) non hanno nulla da invidiare a questi.

La serie ha finalmente avuto il finale che meritava.

Fate solo attenzione all’effetto nostalgia.

 

Buona visione,

Martina.

Le grandi serie tv targate HBO

“So Original”

HBO (Home Box Office) è un’emittente televisiva statunitense. Nelle sue programmazioni (presenti e passate) vanta numerose serie tv di successo.

Oggi detiene la supremazia sulle emittenti televisive.

Se siete alla ricerca di qualche buona serie tv in pieno stile americano, ve ne fornisco alcune, tra quelle che ritengo più valide:

  • I Soprano (1999-2007). Serie culto, ha ricevuto moltissimi premi, è al 5° posto tra i migliori 50 spettacoli televisivi di tutti i tempi. James Gandolfini è Tony Soprano, boss della mafia italoamericana; ripetuti attacchi di panico lo portano in analisi dalla dottoressa Melfi, dove vengono a galla numerose questioni legate alla sua vita da mafioso, ma la terapia non sembra avere successo; tuttavia, durante le sedute, Tony sembra avere dei ripensamenti. Ispirato dal film di Scorsese Quei Bravi Ragazzi (1990).

  • Six Feet Under (2001-2005). Incentrata prevalentemente sul tema della morte, da tutti i punti di vista (familiare, religioso, filosofico…). Racconta la storia di una famiglia di impresari di pompe funebri, ma con tante dosi di humour nero. Ogni puntata inizia con un decesso, spesso con tanto di monologo immaginario del morto.

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  • Boardwalk Empire (2010-2014). Ambientata ad Atlantic City durante il proibizionismo, un politico corrotto (e anche boss mafioso) crea un sistema per vendere alcool illegalmente, diventando ricco e creando una vera e propria rete di affari. Il protagonista è interpretato da Steve Buscemi, il produttore e regista del pilot è Scorsese.

  • The Newsroom (2012-2014). Poco conosciuta e poco seguita, ma gran bella serie tv. Ambientata prevalentemente nella redazione ACN, protagonista è l’anchorman Will McAvoy. Mi piace perché si può assistere, in modo realistico, a quello che accade in una vera redazione giornalistica.

  • Girls (2012-in corso). Serie tv creata, interpretata e prodotta da Lena Dunham. Racconta le vicende di quattro amiche che vivono a New York; la protagonista è Hannah, un’aspirante scrittrice con svariati problemi (tra cui un disturbo ossessivo compulsivo). Racconta senza filtri quello che accade alle ragazze di oggi, costrette ad affrontare la vita tra umiliazioni, fallimenti e relazioni amorose.

  • Vynil (2016). Creata dal sensazionale binomio Martin Scorsese e Mick Jagger, la serie racconta l’ascesa del rock e del punk nella New York anni settanta. L’episodio pilota è stato diretto da Scorsese (si,ancora lui). Richie Finestra è il fondatore e presidente dell’etichetta American Century Records che è sul punto di essere ceduta, quando si riaccende in lui l’amore per la musica (e per la droga). Ottimi retroscena della scena musicale di quegli anni. Bobby Cannavale è un ottimo attore. C’è pure il figlio di Mick Jagger.

  • True Detective (2014-in corso). Ogni stagione ha nuova storia e nuovi interpreti. Nella prima c’è  Matthew McConaughey che affianca Woody Harrelson, ed è abbastanza per invogliare a vederla. Nella prima stagione due detective danno la caccia da diciassette anni a un serial killer, il caso viene riaperto. Nella seconda stagione gli interpretati sono Colin Farrell, Taylor Kitsch e Rachel McAdams. È una serie che lascia col fiato sospeso, ricca di situazioni dark e orrore. Secondo me è migliore la prima stagione. LjGKxgQP.jpeg

  • The Leftovers (2014). Serie ancora in produzione, per ora ci sono 3 stagioni. Prodotta da Damon Lindelof (Lost) e basata sul romanzo Svaniti nel nulla di Tom Perrotta. Trama: un giorno 140 milioni di uomini scompaiono in un solo istante. Alcuni si convincono che la Terra sia stata colpita dal “Rapimento della Chiesa”, altri rifiutano di vederlo come un evento mistico, ma nessuno sa cosa sia successo. La serie ha inizio tre anni dopo l’evento, quando scompaiono nel nulla altri cento abitanti.

  • Westworld (2016-in corso). La più recente, inutile ribadire il concetto: guardatela, merita davvero. Ve ne ho già parlato qui!

  • Game of Thrones (2011-2018). Dulcis in fundo, una delle migliori serie tv mai realizzate (e una delle mie preferite). Mi sono resa conto di non averne mai parlato qui, chissà… potrebbe essere un’idea. Il genere è il fantasy ed è basata sulle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di G.R.R. Martin. Difficilmente c’è ancora qualcuno che non la conosce, per cui non starò qui a spiegarvi la trama e non farò distinzioni col libro, perché non è l’argomento della giornata. La sceneggiatura, la regia, i costumi, le scenografie… tutto sembra rasentare la perfezione. Diventata famosa per le tette, i draghi e le frequenti morti dei personaggi principali. Secondo me sono meritevoli d’attenzione anche tutti i particolari (nulla è lasciato al caso) che si celano dietro alla storia principale e a Westeros (il mondo immaginario in cui è ambientata). Produzione di grande rilievo e attori fenomenali. Il pericolo spoiler è alto con questa serie, per cui non aggiungerò altro. Se vi piace il fantasy brutale, di stampo medievale/feudale, è praticamente d’obbligo.

A presto!

Un saluto, Martina.

Serie tv andate perdute: Revolution

« Vivevamo in un mondo fatto di elettricità. Vi facevamo affidamento per tutto. E poi la corrente andò via. Tutto smise di funzionare. Non eravamo pronti. La paura e la confusione portarono al panico. I fortunati riuscirono a uscire dalle città. Il governo collassò. Le Milizie ne presero il posto, controllando la distribuzione del cibo e accumulando armi. Non sappiamo ancora perché la corrente andò via. Ma speriamo che qualcuno arrivi ad illuminarci il cammino. »

A volte capita che la tua serie televisiva preferita del momento venga cancellata per i pochi ascolti.

Questa è la sorte che toccò a Revolution della rete televisiva americana NBC (che tu sia dannata in eterno).

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Dopo solo due stagioni venne sospesa, interrompendola proprio quando i nodi cominciavano a venire al pettine, proprio quando la storia diveniva intrigante, proprio quando… va bè, avete capito… proprio quando cominciava ad essere tosta!

La messa in onda incominciò nel 2012, interrompendosi nel 2014, dopo solamente 42 episodi.
Certe cose lasciano ferite molto profonde.


Tutto ha inizio con la fine.
Questa potrebbe essere la versione spiccia della trama.
Siamo ai giorni nostri, in America. Per qualche inspiegabile motivo l’elettricità è scomparsa. Si ritorna allo stato antecedente la rivoluzione industriale.

La gente deve tornare a vivere come nel medioevo, arrangiandosi come può, cercando di sopravvivere in un mondo di sciacalli.
Il governo è sparito, tutto è stato capovolto e regna l’anarchia.

Le persone si combattono a vicenda, è una lotta restare in vita. Incontrare altra gente non sempre è un bene.

Ricorda The Walking Dead, ma con i vivi.

A tratti adolescenziale (in stile The 100), ma con un’ottima sceneggiatura.


Cosa fare quando il mondo cala nel buio?
Sareste in grado di vivere senza elettricità?

L’America è divisa: da una parte la Repubblica di Monroe che, a discapito del nome, è più una dittatura e dall’altra parte la Federazione della Georgia.

C’è poi la fazione dei Ribelli che, come si può intuire, combattono contro la tirannia di Monroe.

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Monroe è uno dei personaggi più interessanti. A tratti crudele, a tratti umano. A volte buono, a volte cattivo. Peccato gli diano spazio solo le ultime puntate.

Il cast è buono e se la cava. Tra gli altri, Giancarlo Esposito, che voi ricorderete come Gustavo Fring di Breaking Bad.

Insomma, una buona trama, bei personaggi, ottimo cast. Perchè ha avuto poco successo? Questa è l’ennesima prova di quanto gli americani siano strani.

Ok, io sono di parte, perché basta che mi mostriate balestre, ribellione, magia, misteri… per farmi vostra, però non era spazzatura, ecco.

Iniziarla ora sarebbe insensato, poiché viene interrotta proprio in malo modo, con una caterva di questioni ancora irrisolte, ma è altamente consigliata.
Saranno 42 ottimi episodi e non ve ne pentirete.

Così dopo potrete struggervi di dolore insieme a me.

Ah, gli sceneggiatori, per terminare la storia, hanno fatto uscire una serie a fumetti (4 volumi). Fanno un po’ schifo.

Martina.


Gente c’è una novità: ho aperto la pagina Facebook del blog. Ho ceduto al Lato Oscuro dei social. Se volete seguirmi pure lì, magari siete più comodi… o magari mandatemi a cagare, va bene lo stesso.

Westworld: la nuova serie tv targata HBO

Avete presente Christopher Nolan?

Ha un fratello.

Jonathan Nolan è la mente che sta dietro alla maggior parte dei suoi film di successo (Memento, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro, Interstellar…) e alla serie tv Persons of Interest.

Jonathan scrive, Christopher dirige.

Un bel giorno J.J. Abrams si sveglia e decide di affidargli la scrittura di tutta la prima stagione di Westworld; un progetto ideato negli anni ’90, ma mai andato in porto.

Nolan accetta e collabora alla scrittura della serie con la moglie Lisa Joy.


  • La serie è un adattamento del film di Michael Crichton del 1973, Il mondo dei robotlocandina.jpg

Lo stesso Crichton tentò di proporre l’adattamento a J.J. Abrams, ma rifiutò con la paura di non essere all’altezza del film originale.

L’offerta fu replicata persino a Tarantino.


Trama: in un futuro distopico, alcuni umani possono creare dei robot identici all’uomo, capaci persino di provare emozioni. Ideano un parco dove, in cambio di una smisurata cifra, gli uomini possono dare libero sfogo a tutti i loro desideri, compreso lo stupro, il saccheggio e l’omicidio. Ma un aggiornamento ai sistemi dei robot comincia a creare dei problemi all’interno del parco.

  • Nel cast ci sono attori davvero poco conosciuti, come Anthony Hopkins. Chi diavolo è?

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Per HBO potrebbe rivelarsi l’affarone della vita, dato che è una serie tv pronta a soppiantare Game of Thrones (gli han pure fregato il compositore).

  • Secondo Nolan, Westworld è l’analisi della natura umana, con tutte le sue sfaccettature. Comprese quelle orribili, come la violenza.

È presto per dare un giudizio, dal momento che sono andati in onda solo quattro episodi.

Per ora sta riesce nell’impresa, mantenendo alta la suspense e le aspettative.

  • Meravigliosa l’ambientazione.
  • Unico neo che mi sento di far presente: il montaggio che lascia con l’amaro in bocca. È quasi meccanico; un’interruzione secca della narrazione che lascia in sospeso troppe cose. Probabilmente è voluto così, e ci può stare all’inizio, ma a lungo andare snerva. Spero migliori.

Martina. 

 

 

Marvel’s Luke Cage

I primi 13 episodi sono freschi su Netflix.

Ancora con ‘sto Netflix? Minchia che palle.

Pagate 10 euro al mese e non rompete. Spilorci.

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Luke Cage è un personaggio dell’universo Marvel. Per chi già mastica marveliano: la serie è una delle tre da cui si riagganceranno per fare The Defenders.

Lui lo avete già visto in Jessica Jones di cui vi avevo già parlato qui.


Perché consiglio questa serie?

Perché Luke è uno dei personaggi Marvel più interessanti in circolazione. Se siete stufi di eroi che indossano un costumino o un armatura, lui fa al caso vostro.

Lui è un’armatura vivente. Forza sovrumana e pelle inscalfibile.

Finito in prigione per un crimine che non ha commesso, Carl Lucas si offre volontario per un esperimento che gli conferisce poteri sovrumani e, una volta fuori, cambia nome in Luke Cage decidendo di usare le sue abilità per profitto (Eroe a pagamento), un mercenario che lotta contro un passato traumatico e un presente da incubo.

Il primo eroe Marvel di colore ad avere una propria serie.

Niente roba per scolaretti alla Flash; questa serie dai toni dark mostra sangue, violenza, tette, culi; volano parolacce e insulti razzisti.

La Marvel che mi piace.

Atmosfere simili a Jessica Jones, trama totalmente nuova.

Attori capaci, specialmente Mike Colter.

La consiglio anche a chi non ama i fumetti. Tanto è una serie, sciocchi.

Martina.