Fino all’osso (To the Bone) di Marti Noxon |L’anoressia firmata Netflix

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DATA USCITA: 14 luglio 2017
GENERE: drammatico, commedia 
REGIA: Marti Noxon
SOGGETTO: Marti Noxon
SCENEGGIATURA: Marti Noxon
ATTORI: Lily Collins, Carrie Preston, Lili Taylor, Keanu Reeves, Alex Sharp, Ciara Bravo, Liana Liberato, Alanna Ubach, Brooke Smith, Kathryn Prescott
PAESE: USA
DURATA: 107 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix (Italia) 

TRAMA: Ellen è un giovane ragazza affetta fin dall’adolescenza da una grave forma di anoressia. È entrata e uscita da vari centri di recupero ma senza successo. Intenzionata a farla guarire, la sua famiglia disfunzionale accetta di mandarla in una casa famiglia per i giovani problematici, guidata da un medico non tradizionale, il Dr. William Beckham. Ellen rimane colpita dalle insolite regole e dai pazienti: spetta a lei trovare il modo di accettare se stessa al fine di sconfiggere la malattia. 


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Debutto alla regia per la produttrice Marti Noxon (Buffy l’Ammazza Vampiri) che basa il film sulla sua precedente battaglia contro l’anoressia.
Una pellicola curata nei minimi dettagli, realizzata da e con individui che hanno lottano contro malattie alimentari, arricchita da realistiche descrizioni.

Netflix ha sborsato otto milioni di dollari per poter averne la distribuzione, una cifra record per l’azienda. 


Un tema già affrontato da diverse pellicole, sfortunatamente poco interessanti o troppo romanzate per sembrare anche solo lontanamente realistiche.
To the Bone finalmente fa convivere armoniosamente la parte romantica con quella più verosimile, unendo drammaticità e commedia in un film piacevole e diretto.

to-the-bone-620x412.jpgSi fa chiarezza sull’argomento, sfatando anche molti falsi miti, in primis: l’anoressia non è voglia di dimagrire. È una malattia.
Si abbattono stereotipi, grazie anche al personaggio maschile, etero. Perché i disturbi alimentari non colpiscono solo le donne e gli omosessuali. Non lo sapevate?

Da ricordare la scena (un po’ disturbante) della madre che allatta la protagonista. Madre che aveva deciso fosse un peso troppo grande per lei prendersi cura della figlia.
Successivamente troviamo Ellen sdraiata sotto a un albero, in posizione fetale, nuda. Ricorda un uccellino caduto dal nido.
Le ho ricollegate così queste due scene. 


Dopo aver perso un sacco di chili per questo ruolo, Lily Collins ci regala un’ottima performance. Si doveva far perdonare dopo Shadowhunters.

In ottima forma Keanu Reeves, che aggiunge la giusta profondità a un personaggio che, altrimenti, sarebbe passato inosservato. to-the-bone-fb-new.jpg

Per concludere: fiction e realtà si incontrano in un ottimo dosaggio di romanticismo. Malattia trattata come tale, con la dovuta profondità e niente banali ragazzine che vogliono dimagrire per poter fare le modelle. 

Voto: 7+

Spider-Man: Homecoming di Jon Watts (2017)

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DATA USCITA: 06 luglio 2017
GENERE: Azione, Fantasy
ANNO: 2017
REGIA: Jon Watts
SOGGETTO: Stan Lee, Steve Ditko (fumetto)
Jonathan M. Goldstein, John Francis Daley (storia)
SCENEGGIATURA: Jonathan M. Goldstein, John Francis Daley, Jon Watts, Christopher Ford, Chris McKenna, Erik Sommers
ATTORI: Tom Holland, Marisa Tomei, Robert Downey Jr., Donald Glover, Jon Favreau, Zendaya, Martin Starr, Michael Keaton, Gwyneth Paltrow, Garcelle Beauvais, Logan Marshall-Green, Angourie Rice, Stan Lee, Hannibal Buress, Tony Revolori, Bokeem Woodbine
PAESE: USA
DURATA: 130 Min
FORMATO: 2D e 3D
DISTRIBUZIONE: Warner Bros.

TRAMA:  il giovane Peter Parker (Tom Holland) è stanco dell’eroismo “da quartiere” e sente il bisogno di dimostrare il suo vero potenziale, non soltanto alle persone che seguono le gesta dell’Uomo Ragno su Youtube, ma anche e soprattutto al mentore Tony Stark. Da quando ha acquisito incredibili abilità fisiche e riflessi di ragno, Peter è passato dall’essere un adolescente ordinario, alle prese con i compiti e la scuola, gli amici invadenti, i bulli, le prime cotte, lo sguardo vigile di zia May (Marisa Tomei), a vestire i panni dell’eroe novello, lanciandosi in missioni pericolose contro avversari spietati e pieni di rancore. Fino a quando un nemico sconosciuto di nome Avvoltoio (Michael Keaton) non minaccia la sua famiglia e i suoi affetti. Allora Spider-Man dovrà mettere da parte l’imprudenza e l’entusiasmo del ragazzino e diventare un eroe adulto e capace.


La giusta Timeline 

Il Marvel Cinematic Universe sa essere molto confusionario, per cui facciamo chiarezza: l’inizio è ambientato a New York, dopo la battaglia tra Avengers e Chetauri, in cui la Stark Tower viene distrutta. Successivamente c’è un salto temporale di 8 anni, in cui Spider-Man è reduce dal conflitto di Capitan America: Civil War.
Questo collocherebbe il film nel 2020, invece che nel 2016 (3 mesi dopo lo scontro in Civil War). L’aggiustamento temporale è servito a far incastrare la presenza di un giovane Peter Parker in Iron-Man 2. Il MCU ha infatti dichiarato che il bambino con la maschera di Iron-Man che compare nel film è un giovanissimo Spider-Man di 6 anni.

Spider-Man: Homecoming è la pellicola numero 4 della Fase Tre del MCU, iniziata con Captain America: Civil War e che si concluderà nel 2019 con un film sugli Avengers, ancora senza titolo.


Il Terzo Spiderman

Peter Parker: Spider-Man is not a party trick!

Nuovissima versione, totalmente staccata dalle precedenti, per L’Uomo Ragno. La terza, dopo quelle interpretate da Tobey Maguire e Andrew Garfield.
Tom Holland è uno Spiderman più giovanile, al passo coi tempi e dell’età giusta.
Il problema principale dei suoi precedenti colleghi è che non sembrano liceali (e non si comportano come tali).
Tobey Maguire è stato, senza ombra di dubbio, uno Spiderman eccezionale, complice anche la bravura del regista Sam Raimi, ma forse fin troppo lontano dallo spirito Marvel, colorato, giovane e allegro. Lo Spiderman di Raimi assomiglia più a un film autoriale che a un cinecomic.
Andrew Garfield si è ritrovato in un ruolo che non gli si addice, invischiato in una sceneggiatura debole. Per non parlare poi del sequel.
Il terzo Spiderman sembra quindi essere il più vicino all’idea originale, più fedele ai fumetti, ma con un occhio di riguardo per i nostri tempi, aggiungendo particolari moderni, come i vlog e YouTube.

Mi sono particolarmente piaciuti i riferimenti che il regista Jon Watts fa alle pellicole di Raimi.

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L’ombra di Tony Stark

Nel film non assisteremo alla morte di zio Ben, non vedremo gli Osborn e non ci sarà una fragile rossa da salvare in continuazione. Questo è lo Spidey degli inizi: incerto, imbranato e desideroso di diventare qualcuno. Siccome è un ragazzino ha bisogno di un appoggio, di un mentore. Viene in suo aiuto Tony Stark (aka Iron-Man), particolarmente protettivo nei suoi confronti. Robert Downey Junior nel film c’è e si vede. Onnipresente, anche quando non è in scena, perché nominato molto spesso. Sembra quasi che il film si debba intitolare “Iron-Man accompagna Spider-Man”. Ben introdotto nella storia, ma mal gestito a livelli di sceneggiatura.

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Michael Keaton: Batman, Birdman e ora Avvoltoio

Il neo più grosso della Marvel è il non aver avuto grandi villain recentemente. In questo Michael Keaton si è rivelato vincente. Un bravissimo attore che ha saputo valorizzare al meglio il personaggio de l’Avvoltoio. C’era il rischio che passasse come l’ennesimo cattivone in costume che le spara grosse, ma che poi basta poco per mandare giù. L’Avvoltoio di Keaton, invece, è un super villain, accattivante e sufficientemente malvagio. Che abbia preso lezioni sul set di Batman? Infatti l’attore ha interpretato lo storico personaggio della DC, diretto da Tim Burton, nel 1989.
Ironia della sorte il suo personaggio in Birdman è un attore fallito, diventato famoso grazie al suo eroe alato, costume che ricorda molto quello de l’Avvoltoio.

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Un cast multiculturale e anticonvenzionale 

Molto gradita la scelta di un cast che non si basasse sui film precedenti. Il figo della scuola è Tony Revolori, già visto in Gran Budapest Hotel, qui interpreta il bulletto che fa il DJ alle feste e partecipa al Decathlon scolastico. Non il solito biondino muscoloso di turno. Diciamo che l’antipatia non ha etnie, ecco.
Il simpaticissimo (e nerdissimo) miglior amico di Peter è un cicciottello filippino.
Le ragazze non sono convenzionali e hanno una specifica personalità. Interessante il personaggio di Michelle (Zendaya), chiamata MJ, per cui ci si aspetta qualcosa di più per il sequel.
Zia May, questa volta, è una giovane donna intraprendente, simpatica e alla mano, interpretata dalla brava Marisa Tomei.

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Per concludere

Il miglior cinecomic su Spider-Man mai realizzato, più fedele ai fumetti, senza nulla togliere alla trilogia di Sam Raimi, ma questo genere di pellicola rispecchia molto di più la filosofia Marvel.
Il film risulta fresco, giovane e molto scorrevole. Non ci sono scene in cui la situazione si presenta “bloccata”.
Michael Keaton regala il miglior villain Marvel mai visto sugli schermi.

Voto: 8+

Grazie della lettura, alla prossima!

Martina V.

Trainspotting 2 di Danny Boyle (2017)

Dreaming is free.

Torna Danny Boyle con i suoi ragazzacci. Nel primo capitolo era riuscito a rappresentare perfettamente una generazione di ragazzi alle prese con droga, sesso, criminalità e scelte difficili; oltre a fornire un quadro piuttosto veritiero della scena sociale dei primi anni ’90. Scelte visive azzardate e una colonna sonora da far invidia: ecco come il primo Trainspotting si era guadagnato un posto di tutto rispetto nel mondo del cinema.
Il seguito ha saputo mantenere alto l’onore?


Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 2017
Durata: 117 min
Genere: drammatico
Regia: Danny Boyle
Soggetto: Irvine Welsh (romanzi)
Sceneggiatura: John Hodge

Interpreti principali:
Ewan McGregor
Jonny Lee Miller
Ewen Bremner
Robert Carlyle
Kelly Macdonald

Trama: 20 anni dopo Trainspotting, molte cose sono cambiate, ma altrettante sono rimaste le stesse. Mark Renton (Ewan McGregor) torna all’unico posto che da sempre chiama casa. Lì ad attenderlo ci sono Spud (Ewen Bremner), Sick Boy (Jonny Lee Miller), e Begbie (Robert Carlyle), insieme ad altre vecchie conoscenze: il dolore, la perdita, la gioia, la vendetta, l’odio, l’amicizia, l’amore, il desiderio, la paura, il rimpianto, l’eroina, l’autodistruzione e la minaccia di morte. Sono tutti in fila per dargli il benvenuto, pronti ad unirsi ai giochi. (comingsoon.it)

Come il primo film, il soggetto è dell’autore Irvine Welsh.


Vent’anni non bastano a dimenticare un tradimento, non a questi uomini scozzesi. Trainspotting terminava con Renton che scappava dai suoi amici, e dalla sua vita, con 16 mila sterline. Il nuovo capitolo ci riporta direttamente ai vecchi tempi, alla resa dei conti, ma senza risultare una banale copia dell’antecedente. Il surreale mondo dell’eroina viene rimpiazzato dalla brutalità della vita di quarantenni falliti, ancora troppo malmessi per sperare in una rapida ripresa dalla gioventù. Anche il famoso e mirabolante slogan di Renton suona più come un lamento ora.

Danny Boyle arricchisce la storia con dei flashback celebrativi, puntando direttamente al cuore degli spettatori: E dove non c’è una voce, c’è la musica a proseguire la narrazione.

Il tocco d’autore è ben percepibile in ogni minimo dettaglio; Boyle trasforma un film per le masse in un lungometraggio autoriale, con particolare attenzione alle cose che non si dicono, ma che si vedono.
Come l’ombra di Renton che va a sostituire la figura della deceduta madre al tavolo di famiglia.

John Hodge non abbandona gli elementi vincenti della prima sceneggiatura: sarcasmo tagliente e un approccio crudo alla visione dei protagonisti.

Nonostante i passati diverbi tra regista e attori (specialmente tra Boyle e McGregor) il quadro d’insieme risulta piuttosto affiatato. Jonny Lee Miller (Sick Boy) piatto all’inizio, sembra risvegliarsi un po’ verso la metà del film.
Un film maschile? Le figure femminili non emergono e restano bloccate a meri stereotipi, diventando occasioni sprecate per una narrazione più profonda. Forse una scelta del regista di incentrare il film sulla resa dei conti dei protagonisti?


T2 (o meglio: Trainspotting 2.0) è, in conclusione, un seguito non obbligatorio, ma risolutivo. La chiusura di un cerchio, perché di questo si tratta: della storia che si ripete. Di uomini che vogliono tornare a fare i ragazzi.
Bellissima la scena finale, con la stanza di Renton che si trasforma in un treno in corsa.

Voto: 7+

Grazie della lettura,

Martina V.

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Logan – The Wolverine di James Mangold (2017)

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  • Titolo originale: Logan
  • Paese di produzione: Stati Uniti d’America
  • Anno: 2017
  • Durata: 137 min
  • Regia: James Mangold
  • Soggetto: Roy Thomas, Len Wein, John Romita Sr. (personaggio)
    James Mangold (storia)
  • Sceneggiatura: Scott Frank & James Mangold, Michael Green
  • Interpreti e personaggi:
    Hugh Jackman: Logan / X-24
    Patrick Stewart: Charles Xavier
    Richard E. Grant: Dr. Zander Rice
    Boyd Holbrook: Donald Pierce
    Stephen Merchant: Calibano
    Dafne Keen: Laura
    Elizabeth Rodriguez: Gabriela
    Eriq La Salle: Will Munson
    Elise Neal: Kathryn Munson

Link al TRAILER italiano


Logan è l’ultimo capitolo dedicato alla storia di Wolverine e del Professor X ed è la pellicola che segna la fine della collaborazione tra gli attori Jackman e Stewart.

È un cinecomic insolito che si discosta dalle tute in lactifless e battute ad effetto, è un film maturo e saggiamente composto che prova l’evoluzione dei film sui supereroi e, molto probabilmente, del genere cinematografico.

Ultimamente c’è stata una liberazione del genere del cinecomic (lo si può notare anche nel film Deadpool): non sono più pensati per un pubblico esclusivamente under 18. Finalmente il personaggio di Wolverine falcia teste e impreca. Peccato che abbiano liberato il suo potenziale solo all’ultimo capitolo.

James Mangold (già regista di Wolverine-L’Immortale) dirige un film adulto, profondo e molto introspettivo, senza però privarci delle scene d’azione, molto cruente. Persino il titolo rimanda a qualcosa di intimo, più autobiografico che eroico: Logan. Solo il nome di battesimo della sua seconda vita, tormentata e solitaria.


È il 2029 e Logan è ormai lontano dalla scuola di Charles Xavier e dalle battaglie, lotta contro un perpetuo indebolimento, causato dall’adamantio; non è un uomo in cerca di redenzione, ma semplicemente tira avanti, stanco e decadente.

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Deve prendersi cura del Professor X, l’ultima persona che gli è rimasta, il quale è visibilmente invecchiato e poco lucido a causa di una malattia neurologica degenerativa, costretto a prendere delle pillole per non avere attacchi che potrebbero rivelarsi letali per le persone che lo circondano (ricordiamoci che è un mutante di classe 4). Impersonano padre e figlio, delle maschere non poi così lontane dalla realtà, ultimi membri della famiglia degli X-Men in contatto.

 

I mutanti rimasti in vita sono pochi, non ci sono nuove manifestazioni del gene X, anche a causa della Transigen, una compagnia scientifica che crea mutanti in laboratorio. Uno di questi mutanti, Laura, è stata creata col gene di Logan; lei e altri ragazzini sono il simbolo di una nuova speranza per i mutanti. Convinto da Charles, Wolverine la aiuta a raggiungere Eden, un posto sicuro nel North Dakota.


Spoiler nelle prossime due righe!

Perché non ci sono nuovi mutanti? Perché Charles ha ucciso la maggior parte di loro durante uno dei suoi attacchi psichici e, tristemente, se ne ricorderà prima di morire.


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Una grande interpretazione, prima di salutare per sempre il suo magnifico personaggio, una relazione che è durata 17 anni (dal primo film del 1999: X-Men di Bryan Singer) e che ha trovato la più che giusta conclusione. Hugh Jackman ci regala un inedito Wolverine, e ci fa commuovere ricordandoci che dietro alla maschera si nasconde un grande uomo. Un grande attore che ha saputo portare le pellicole Marvel a un livello superiore.


Mi è piaciuto che ci sia stata una sorta di evoluzione del gene X, in tal modo ci sarà spazio per una nuova generazione di mutanti.

L’iniziale location desertica e gli uomini bionici mi hanno ricordato il mondo post apocalittico di Mad Max (che adoro). L’idea della cisterna è grandiosa. Bellissimo l’inseguimento col treno.

Ottimo dosaggio tra emozione e azione, il film non lascia prevalere una delle due cose e per questo non annoia mai.

Commovente e a dir poco fantastico il finale.

Finale che chiude un ciclo di grandi pellicole e che ci farà rimpiangere l’assenza di Wolverine dagli schermi.

 

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Grazie della lettura,

Martina V.

Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan (2016)

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A truly incredible piece of s**t. 

Sapevo poco e niente su questo film, ma sono andata al cinema piena di aspettative su questa pellicola definita in lungo e in largo un “capolavoro” e candidata a 6 premi Oscar.

Non mi era mai successo di rischiare di addormentarmi in sala. Mai. Per nessun film. Ho dovuto iniziare a mangiarmi le unghie per rimanere sveglia, un po’ per disperazione, un po’ per delusione.

Ma io di cinema non ne capisco niente, cosa volete farci?!


REGIA: Kenneth Lonergan
ATTORI: Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Matthew Broderick, Gretchen Mol, Kara Hayward, Tate Donovan, Heather Burns, Josh Hamilton, Erica McDermott, Lucas Hedges.
SCENEGGIATURA: Kenneth Lonergan

TRAMA: dopo la morte improvvisa del fratello maggiore Joe, Lee viene nominato tutore legale del nipote. Lee è ancora tormentato dal proprio tragico passato, che lo ha allontanato dalla moglie Randi e dalla comunità in cui è nato e cresciuto.

QUI il trailer del film


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(Non ci sono spoiler, solo il mio veleno. Ma poi non c’è niente da spoilerare!)

Manchester by the Sea è un film drammatico. Triste e lento come una moviola inceppata.

A parte qualche battuta, buttata lì sapientemente, non c’è un attimo di respiro. Il cuore ti si accartoccia come foglie secche.

La trama è già vista, sentita, trita e ritrita. La sceneggiatura è banale e i dialoghi noiosi.

È tutto così assurdamente pesante.

Però il montaggio e le inquadrature non sono affatto male. Mi è piaciuto il passaggio netto dai luoghi chiari, ai luoghi scuri; o da un forte rumore, a un silenzio assoluto. Ho apprezzato anche i flashback mandati a piccoli spezzoni: una triste prova di quanto la vita di un uomo possa cambiare per un errore.

Manchester by the Sea è la storia di un uomo e del suo dolore; di quanto possa sopravvivere ad esso e conviverci. Dolore che si sovrappone ad altro dolore.

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Zio e nipote si riavvicinano a causa della terribile perdita; due differenti tipi di sofferenza e due modi di esprimerla: fare a botte nei bar o cercare di spupazzare ragazze.

La vuota e robotica vita di Lee viene sconvolta da questo suo forzato ritorno alla città natale e si vede costretto a riallacciare rapporti e affrontare vecchie questioni. Il suo impassibile e triste volto alla fine riesce a distendersi un attimo. Titoli di coda. Finalmente anche lo spettatore può tirare un sospiro di sollievo.


Per concludere: bella idea, ma non riuscita al 100%. La tecnica supera la storia e, in questo caso, non è un punto favorevole. Si poteva velocizzare un po’ la narrazione.

I dialoghi sono poco interessanti, ma forse è meglio così: si gioca tutto sul viso straziato del protagonista e sul silenzio della/e perdita/e.

Lonergan sembra il classico studente: ha buone capacità, ma non si applica. Poteva uscirne davvero un film meritevole della candidatura, ma è solo molto triste.

Forse mi mancava un punto di connessione (o chiamatela empatia) con la storia.

Comunque l’interpretazione di Casey Affleck è di tutto rispetto (candidato agli Oscar come miglior attore protagonista).
Le altre candidature sono regalate.

Alla prossima,

Martina V. 

 

La La Land, dedicato ai folli e ai sognatori.

Dedicato ai sognatori. 

A chi osa inseguire i propri sogni.

A chi si è visto chiudere molte porte in faccia.

A chi è stato frenato da questa società che premia la materialità, che ci vuole pratici.

A chi non demorde.

A chi ha pensato di mollare tutto, ma poi ci ha ripensato.

A chi è stato costretto a cambiare strada.

A chi ha perso tutto.

A chi è riuscito a rinascere dalle sue ceneri.


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Finalmente ho visto anche io questo stramaledetto film di cui tutti parlano. Ho voluto aspettare che al mio cinema di fiducia lo facessero in lingua originale, per potermelo godere davvero.

La La Land è un musical, una commedia sentimentale.

Un musical bellissimo, una commedia brillante, con una profondità enorme. Il tema che tratta non è per nulla banale. L’ho trovato molto attuale e, al tempo stesso, così radicato nella nostra società. Quando mai si sono premiati i sognatori?

Perché un musical dovrebbe passare come cinema di serie b? C’è stato un tempo in cui era questo l’unico intrattenimento disponibile; un tempo dove Fred Astaire e Ginger Rogers erano i Ryan Gosling e le Emma Stone di qualcun’altro.

Chi sputa sui musical non ha mai visto capolavori come Alta società, con Frank Sinatra e Grace Kelly (e delle meravigliose musiche di Cole Porter).


Il regista è Damien Chazelle, già acclamato (e amato dalla sottoscritta) per Whiplash. Erano anni che pensava a un musical, ma nessuno era disposto a finanziarlo. Alla fine il sognatore che non si arrende sembra essere proprio lui.

Il film ricorda molto la Hollywood degli anni cinquanta e sono presenti vari omaggi a musical di successo, tra cui Cantando Sotto la Pioggia (quando Gosling gira intorno al lampione).


 

La musica è semplicemente stupenda. I testi sono stati scritti da Benj Pasek e Justin Paul, tranne il brano Start a Fire, scritto da John Stephens. La colonna sonora  è stata composta e orchestrata da Justin Hurwitz (compagno di università di Chazelle). Il brano City of Stars ha vinto il Golden Globe come miglior canzone originale.

Nel film è presente il musicista John Legend, nella parte di Keith.

Ryan Gosling ha imparato a suonare il piano in soli 3 mesi e non si limita a suonare Jingle Bells e altre cazzatine, ma fa roba abbastanza impegnativa per un neofita.

 

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Le coreografie sono ben fatte. Il film dura due ore e non mi sono annoiata neanche un attimo. Anzi, volevo non finisse mai!

E le riprese… Oh. Mio. Dio. Fosse stato girato cinque anni fa probabilmente all’università studierei La La Land, invece che altre amenità come Ben Hur o Sentieri Selvaggi. Questo film farà la storia del cinema. Il piano sequenza iniziale è perfetto.

Le sequenze musicali sono girate in Cinemascope (da cui si ottengono fotogrammi a largo campo visivo), come negli anni ’50.

La coppia Gosling-Stone è perfetta e affiatata, probabilmente la loro migliore interpretazione insieme. Emma Stone è una rosa: bellissima, pura, delicata. Sboccia dentro bellissimi vestitini e non ti stancheresti mai di vederla cantare.

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Perché molte persone criticavano il fatto che fosse un musical sul jazz, ma che il vero jazz non è “quella roba lì”? Il jazz è ANCHE questo. E il tema è sviluppato magnificamente. Inoltre NON è un musical sul jazz. È una storia d’amore tra un jazzista e un’attrice. C’è una parte di jazz, ma non tutte le canzoni lo sono.

Il finale è malinconico, non è una storia d’amore banale o scontata. Nasce in maniera un po’ rude e finisce così, con solo molta gratitudine negli sguardi. Forse col rimpianto di come poteva andare, ma con la felicità di essere finalmente arrivati a realizzarsi.


Questa pellicola eccelle in tutto. Secondo me farà un pigliatutto agli Oscar dove, ricordo, ha ottenuto 14 candidature (un record).

Consiglio la visione a tutti gli scettici che ancora lo snobbano.

Dedicato ai folli che ancora osano sognare.

Grazie per la lettura,

Martina V.

 

Pride & Prejudice, di Joe Wright (2005)

Quella di Joe Wright (che è , tra l’altro, uno dei miei registi preferiti) è senza dubbio la trasposizione cinematografica del romanzo che prediligo.

La più attinente all’opera e alle atmosfere che si respirano leggendo il libro. Pura umidità inglese. Lovely.

Si, esatto: la versione con Colin Firth non mi è piaciuta. Scusatemi tanto gattare di mezza età.

Il film ha ricevuto 4 nomination agli Oscar del 2006:

  • Miglior attrice protagonista a Keira Knightley
  • Miglior scenografia
  • Miglior costumi
  • Miglior colonna sonora originale

Le musiche sono del compositore italiano Dario Marianelli e sono semplicemente stupende, calzano alla perfezione la narrazione e accompagnano gentilmente le atmosfere.

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La scenografia è tra le più belle dei film di Wright, battuta solo da Anna Karenina.

Interpreti e personaggi: 

  • Keira Knightley: Elizabeth Bennet
  • Matthew Macfadyen: Signor Darcy
  • Donald Sutherland: Signor Bennet
  • Rosamund Pike: Jane Bennet
  • Brenda Blethyn: Signora Bennet
  • Tom Hollander: Signor Collins
  • Rupert Friend: Signor Wickham
  • Judi Dench: Lady Catherine de Bourgh
  • Jena Malone: Lydia Bennet
  • Talulah Riley: Mary Bennet
  • Carey Mulligan: Kitty Bennet
  • Simon Woods: Signor Bingley

Il cast è eccezionale e super azzeccato. Donald Sutherland nei panni del Signor Bennet è qualcosa che vale la pena vedere. C’è una ancora semi-sconosciuta Rosamund Pike che sa incarnare perfettamente la bellezza rosa pallido di Jane. Matthew Macfadyen è il Mr. Darcy per eccellenza: prima tenebroso e scontroso, imprevedibilmente romantico dopo. Adoro Keira Knightley  in tutto ciò che fa, quindi sono di parte, ma la candidatura all’Oscar non l’ha presa per niente, credo.

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E comunque: Keira sta a Joe come Scarlett sta a Woody.


Mi sono appena resa conto che sembro la classica zitella trentenne che alle cinque pretende il suo tè al gelsomino. Che vi devo dire? Sono piena di sorprese. Mi piacciono i vichinghi che frantumano ossa e leggo Jane Austen. Eheheh… 

Sono passati 12 anni da quando mi sono innamorata di questa pellicola. E della campagna inglese. E del Romanticismo. E dell’epoca vittoriana. Insomma, una catena di eventi che mi hanno portata a scoprire molto sul mondo letterario.

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L’arte delle prime impressioni, dei giudizi frettolosi e delle occasioni sprecate.

La paura di provare sentimenti sbagliati, di essere inadeguati, di non essere ricambiati.

La superficialità che divide, l’intesa che unisce.

L’inutile lotta contro se stessi. Cercare di soffocare i propri sentimenti.

Non siamo poi così lontani dall’epoca di Jane Austen. Vero?
La letteratura è sempre attuale.

Per quanto ci nascondiamo dietro un trucco pesante e lo smalto nero, siamo tutte un po’ Elizabeth Bennet. Non bisogna possedere 9 gatti per desiderare il proprio Mr. Darcy.

Ammettiamolo: siamo tutte sul Romantico andante. Senza vergogna, dai. Fatevi avanti. Chi non ha sognato un Mr. Darcy che ci cammina incontro all’alba?

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«Ho lottato, ma invano. Non serve a nulla. Non posso reprimere i miei sentimenti. Vi prego, permettetemi di dirvi con quanto ardore vi ammiro, e vi amo.»

(Mr. Darcy)


Volete leggere il romanzo, ma ancora non lo avete? Vi consiglio di scegliere le edizioni con la prefazione di Ginevra Bompiani. (Orgoglio e pregiudizio, trad. di Barbara Placido, Roma: Gruppo editoriale l’Espresso, 2004).

Grazie di avermi letto,

Martina V. 

Il Pozzo e il Pendolo, di Roger Corman (1961)

ThePit and the Pendulum è un film horror del 1961, diretto da Roger Corman (vincitore di un Oscar onorario nel 2010). Corman è conosciuto prevalentemente per la serie di film sui racconti di Edgar Allan Poe del 1960, con Vincent Price come protagonista.

Il Pozzo e il Pendolo è basato su uno di questi racconti dell’orrore ed è il secondo della serie.

Trama: Francis Bernard, un giovane inglese, si reca nel castello di Nicholas Medina, figlio di un crudele inquisitore, per far luce sulle cause della morte della sorella Elizabeth. Ben presto capirà che il castello nasconde qualcosa di misterioso; Medina è un personaggio ambiguo e forse la verità su sua sorella è più terribile di quello che sembra…

Interpreti:  Vincent Price, Barbara Steele,
John Kerr, Anthony Carbone, Luana Anders.


Solo vagamente ispirato dal racconto di Poe, lo sceneggiatore Richard Matheson, mantiene l’idea del pendolo come strumento di tortura durante l’Inquisizione spagnola, per il resto la storia viene sostanzialmente cambiata.

Raro gioiello del cinema dell’orrore, ricco di suspense e di colpi di scena, con una narrazione molto veloce che non stanca e non stressa (come le mutande Pompea, ma più splatter). Una regia asciutta, lineare, che va dritta al punto.

Interessanti scelte artistiche, come quella di giocare coi colori sulle sequenze dei ricordi e sul finale, come per rendere partecipe lo spettatore dell’infermità mentale del protagonista.

Ambientazione gotica (un vecchio castello) e terribili strumenti di tortura aggiungono un po’ di tensione a una pellicola già spaventosa di suo (in modo positivo, chiaro).

Bellissima la scenografia, specialmente nel finale.

Finale in cui, tra l’altro, il picco di tensione tiene incollati allo schermo e la recitazione di Price da il meglio di se.

Vincent Price è una presenza molto teatrale, dalle movenze esagerate e dallo sguardo deciso, perfetto nel ruolo e ben calato nell’antico costume.

Barbara Steele un po’ in secondo piano, ma regala un’ottima interpretazione.


Corman insegna che non servono fenomeni paranormali per spaventare il pubblico in sala, il vero cinema dell’orrore si basa sulla tensione e sui colpi di scena al momento giusto.

L’ho apprezzato per: la sua struttura essenziale, la suspense, gli attori, la scenografia e per il finale.

 

Consigliato a tutti!

Buona visione,

Martina. 

 

Questione di tempo (About Time), di Richard Curtis

Dopo aver diretto Love Actually (2003) e I Love Radio Rock (2009), Richard Curtis (nel 2013) torna al cinema con una commedia romantica, i cui protagonisti sono Rachel McAdams e Domhnall Gleeson.

Trama: la notte seguente al solito capodanno insoddisfacente, il padre di Tim confida al figlio un segreto di famiglia: tutti gli individui di sesso maschile, di stirpe paterna, nella sua famiglia hanno sempre avuto la capacità di viaggiare nel tempo. Se si chiudono in un luogo buio, e stringono con forza i pugni, possono fare dei balzi indietro nel loro passato, potendolo così modificare per poi tornare al presente. Tim decide di utilizzare subito questo potere per cercare di trovare una compagna. A un certo punto l’obiettivo diventa Mary, conosciuta in un ristorante al buio, ma quando i giochi sembrano fatti, Tim dovrà compiere importanti, e dolorose, decisioni.


 

È una commedia sentimentale che sfocia nel fantastico, dato che il fulcro della storia sono i viaggi nel tempo. Non c’entrano macchine futuristiche, o varchi spazio-temporali, bensì la capacità di modificare singoli avvenimenti del proprio passato. Citando il film: “Non in senso assoluto, vale solo per la mia vita. Posso andare solo in posti in cui sono stato o che ricordo. Non posso uccidere Hitler, o farmi Elena di Troia, sfortunatamente.”  

L’aspetto romantico della storia è carino, tenero, ma nulla di rilevante. Come gli altri due film del regista è una cosa che accade molto in fretta, non occupa interamente la pellicola. La cosa interessante è come viene sviluppata la dinamica dei viaggi temporali: non è sempre facile prendere decisioni, specialmente se riguardano altre persone. Poter cambiare il proprio passato sembra un potere utilissimo, ma come fai a goderti il presente, ogni minimo aspetto della tua unica vita, sapendo che puoi rimediare?

È facile tornare indietro, sistemare le cose e ritornare al presente; il difficile sta nell’essere normali, nel condurre la vita che ci siamo costruiti, con qualunque imprevisto o sventura. E, alla fine, lo intuisce anche Tim.


 

La trama è decisamente brillante, con risvolti molto intelligenti e ben orchestrati tra loro. Stupisce il finale (e commuove, in un certo senso).

Una fiaba che nasconde un bellissimo messaggio: non farsi scivolare via il tempo che abbiamo a disposizione, poiché è la cosa più preziosa.


Punti a favore sono: la bravura attoriale della bellissima McAdams e di Bill Nighy (il padre); la sceneggiatura intelligente; le riprese.

Consiglio ai romanticoni, a chi è in cerca di una buona commedia e a chi ha bisogno di più leggerezza nella vita.

 

Buona visione,

Martina.

Rogue One: a Star Wars Story

Prima pellicola della serie Star Wars Anthology, Rogue One è diretto da Gareth Edwards ed è ambientato poco prima di Una Nuova Speranza (Guerre Stellari, 1977).

La trama in breve: un gruppo di Ribelli è in missione per cercare di recuperare i piani di costruzione della Morte Nera.


Inizio precisando, per chi non lo sapesse, che questo film non è un nuovo capitolo di Star Wars, è una sua espansione (o spin-off). Per cui gli eventi raccontati non sono la continuazione del film uscito l’anno scorso, ma sono antecedenti al film del 1977.

Nonostante l’inizio non sia dei migliori, sembra che finalmente si ritorni a respirare la vera filosofia della trilogia originale, un po’ soffocata nel precedente capitolo firmato Disney, in cui non traspaiono i temi più forti che fanno di Guerre Stellari un vero capolavoro per l’anima: il Sacrificio e la Speranza.

Rogue One è una pellicola molto bella, avvincente e con tanta adrenalina, ma è soprattutto velata dalla malinconia per un finale tragico, una fine che il destino non ha saputo risparmiare.


 

Interessanti e per nulla banali i nuovi protagonisti, specialmente il monaco cieco Chirrut Îmwe.

La coraggiosa Jyn Erso è interpretata da Felicity Jones (La Teoria del Tutto) e non potevano fare scelta migliore, in quanto una delle più capaci attrici in circolazione. La sua presenza è forte, sa imporsi sullo schermo senza dover gridare o agitare le mani (o spogliarsi), bravura che manca a diverse attrici, anche tra le più quotate (ne è un esempio Jennifer Lawrence). Piccola, tenera, ma letale stellina. La saga porta avanti la tradizione delle donne combattenti e coraggiose.

Nel cast un sacco di grandi nomi interazionali, come a ribadire il fatto che TUTTI pagherebbero pur di recitare in Star Wars.

 


Leggeri spoiler!

Non ho apprezzato un granché il fatto che abbiamo usato il termine “terroristi” in una scena di lotta con tanto di bombe e civili feriti. Terribilmente attuale. Credo che il cinema, ma in particolar modo i film di fantascienza, siano un mezzo per scollegare il cervello dai problemi del quotidiano, immergendoci in un universo totalmente differente. Stiamo attraversando un periodo di forte terrore e tensione, e credo che film come Guerre Stellari non debbano alimentarlo.

La battaglia sulla spiaggia mi ha ironicamente ricordato la guerra del Vietnam, con gli americani-Stormtrooper e i loro avanzati carri armati e i poveri Ribelli-vietnamiti a correre nelle risaie. Parallelismi che fanno sorridere.


Darth Vader compare per pochi minuti, ma la sua presenza è talmente imponente che padroneggia tutto il film.

Finalmente vediamo l’effettiva potenza distruttrice della Morte Nera, fin’ora rimasta segreta e solo ipotizzata.

Fanno la loro comparsa anche R2-D2 e C-3PO, un tentativo più che apprezzabile di rendere omaggio alla saga (e far felici i fan).

Le musiche sono composte, per la prima volta, da Michael Giacchino che, oltre a pezzi inediti, ha riarrangiato in modo sublime i famosissimi temi di John Williams.


Verso la fine il film è un crescendo di emozioni, un’ansiolitica e spasmodica attesa di vedere se tutto si risolverà. Avevo le mani sudate.

E, in un certo senso, i buoni vincono. Perché, come ci insegna la saga, la Speranza non muore mai e il Bene trionfa sempre.


 

Rogue One è una pellicola sacrificata per i fan della trilogia originale, i quali sapranno apprezzarla maggiormente.

Poteva essere di più, ma sa farsi bastare. Come moderno film d’azione manca di qualcosa, tuttavia è come doveva continuare la saga. Questo è il vero Star Wars.

Non che il precedente capitolo distribuito dalla Disney fosse terribile, ma si era un po’ spenta la tipica luce della saga.

In ogni caso la Forza c’è, e si vede!


Che la Forza sia con voi,

Martina.