Trainspotting 2 di Danny Boyle (2017)

Dreaming is free.

Torna Danny Boyle con i suoi ragazzacci. Nel primo capitolo era riuscito a rappresentare perfettamente una generazione di ragazzi alle prese con droga, sesso, criminalità e scelte difficili; oltre a fornire un quadro piuttosto veritiero della scena sociale dei primi anni ’90. Scelte visive azzardate e una colonna sonora da far invidia: ecco come il primo Trainspotting si era guadagnato un posto di tutto rispetto nel mondo del cinema.
Il seguito ha saputo mantenere alto l’onore?


Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 2017
Durata: 117 min
Genere: drammatico
Regia: Danny Boyle
Soggetto: Irvine Welsh (romanzi)
Sceneggiatura: John Hodge

Interpreti principali:
Ewan McGregor
Jonny Lee Miller
Ewen Bremner
Robert Carlyle
Kelly Macdonald

Trama: 20 anni dopo Trainspotting, molte cose sono cambiate, ma altrettante sono rimaste le stesse. Mark Renton (Ewan McGregor) torna all’unico posto che da sempre chiama casa. Lì ad attenderlo ci sono Spud (Ewen Bremner), Sick Boy (Jonny Lee Miller), e Begbie (Robert Carlyle), insieme ad altre vecchie conoscenze: il dolore, la perdita, la gioia, la vendetta, l’odio, l’amicizia, l’amore, il desiderio, la paura, il rimpianto, l’eroina, l’autodistruzione e la minaccia di morte. Sono tutti in fila per dargli il benvenuto, pronti ad unirsi ai giochi. (comingsoon.it)

Come il primo film, il soggetto è dell’autore Irvine Welsh.


Vent’anni non bastano a dimenticare un tradimento, non a questi uomini scozzesi. Trainspotting terminava con Renton che scappava dai suoi amici, e dalla sua vita, con 16 mila sterline. Il nuovo capitolo ci riporta direttamente ai vecchi tempi, alla resa dei conti, ma senza risultare una banale copia dell’antecedente. Il surreale mondo dell’eroina viene rimpiazzato dalla brutalità della vita di quarantenni falliti, ancora troppo malmessi per sperare in una rapida ripresa dalla gioventù. Anche il famoso e mirabolante slogan di Renton suona più come un lamento ora.

Danny Boyle arricchisce la storia con dei flashback celebrativi, puntando direttamente al cuore degli spettatori: E dove non c’è una voce, c’è la musica a proseguire la narrazione.

Il tocco d’autore è ben percepibile in ogni minimo dettaglio; Boyle trasforma un film per le masse in un lungometraggio autoriale, con particolare attenzione alle cose che non si dicono, ma che si vedono.
Come l’ombra di Renton che va a sostituire la figura della deceduta madre al tavolo di famiglia.

John Hodge non abbandona gli elementi vincenti della prima sceneggiatura: sarcasmo tagliente e un approccio crudo alla visione dei protagonisti.

Nonostante i passati diverbi tra regista e attori (specialmente tra Boyle e McGregor) il quadro d’insieme risulta piuttosto affiatato. Jonny Lee Miller (Sick Boy) piatto all’inizio, sembra risvegliarsi un po’ verso la metà del film.
Un film maschile? Le figure femminili non emergono e restano bloccate a meri stereotipi, diventando occasioni sprecate per una narrazione più profonda. Forse una scelta del regista di incentrare il film sulla resa dei conti dei protagonisti?


T2 (o meglio: Trainspotting 2.0) è, in conclusione, un seguito non obbligatorio, ma risolutivo. La chiusura di un cerchio, perché di questo si tratta: della storia che si ripete. Di uomini che vogliono tornare a fare i ragazzi.
Bellissima la scena finale, con la stanza di Renton che si trasforma in un treno in corsa.

Voto: 7+

Grazie della lettura,

Martina V.

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