“Lei” (Her) di Spike Jonze – epopea delle emozioni bioniche.

Vincitore dell’Oscar come migliore sceneggiatura originale.

Spike Jonze ci regala un film delicatamente sensuale e intrinsecamente drammatico. (Si, ho ingoiato un vocabolario…)

Uno di quei film che ti fanno stare sveglio la notte a ripensare alla tua vita, al senso dell’esistere…
Molto leopardiano.

In un futuro non molto lontano le macchine prendono il sopravvento sulle emozioni umane, dando vita a una serie di relazioni fittizie e immaginarie.

Il doppiaggio non è dei migliori, consiglio la versione in lingua originale (la voce sensuale di Scarlett non ha eguali); grande interpretazione da parte degli attori (tutti, nessuno escluso, ma J. Phoenix rimane il mio preferito).
Le inquadrature sono pazzesche, una in particolare mi è rimasta impressa: il gufo nello schermo enorme che artiglia Theodore (il protagonista).

Il personaggio interpretato da Phoenix intraprende un rapporto morboso, che ostacola la vita reale, con un sistema operativo. Tale sistema decide di chiamarsi Samantha.
Nonostante la natura fasulla del rapporto, Samantha aiuta Theodore a dare un senso alla sua vita, a vincere le paure e persino a realizzare il suo sogno di diventare scrittore.
La cosa buffa è che fanno le stesse cose che farebbero le coppie “normali”, nonostante l’handicap di non possedere un corpo, Samantha se la cava piuttosto bene.
L’apice della tristezza arriva quando lei dice: “ne parliamo a casa”, ma in realtà nessuno sta davvero aspettando Theodore a casa.

“Sono diversa da te. Questo non mi porta ad amarti di meno, anzi!”

Samantha comincia a comunicare con altre 8000 “persone” (capirete poi le virgolette…), mentre lui è solo. Si guarda intorno e vede solo gente che parla a sistemi operativi.
Tutti abbandonati nelle rassicuranti braccia della tecnologia.

Gli stessi Theodore e Amy (personaggio interpretato da Amy Adams) si interrogano sulla reale natura di quei rapporti.

Penso che il film voglia dire che, nonostante tutto l’appoggio che possiamo ricevere dall’esterno (tecnologia e non), spetta a noi vivere a pieno la vita, unica e irripetibile, e capire quali cose contano davvero.

Tutti, almeno una volta, ci siamo innamorati di una persona irreale.

Ma le relazioni immaginarie possono davvero rendere felici?
Per stare bene con sé stessi c’è bisogno di una seconda persona?

Si e no.

La nostra esistenza si basa sulle relazioni, sulle interazioni con altre persone.
Riuscite a immaginare un’intera vita solitaria, senza nessuno con cui poter condividere esperienze ed emozioni?
Impossibile, ci suicideremmo tutti. Senza contare che sarebbe improbabile generare nuove vite, perciò ci estingueremmo.

Ma cosa rende una cosa meno reale di un’altra?
Se una relazione immaginaria mi fa battere forte il cuore, è forse meno reale delle altre?

Le relazioni fittizie, platoniche, immaginarie – chiamatele come volete-possono donare felicità, su questo non ci piove.
Aiutano a sentirsi meno soli.
Almeno finché non si torna alla realtà.

Bisogna però dire che, un rapporto immaginario, non può sostituire le emozioni e le sensazioni che si provano nell’interagire con una persona vera.

Nelle relazioni fittizie si ha il pieno controllo delle azioni di entrambe le parti; in un rapporto reale non si può prevedere nulla. E questo può spaventare.
L’imprevedibilità delle persone può terrorizzare, ma almeno sono sensazioni reali e uniche.
Sono vita.

Spetta a noi decidere per cosa, e chi, fare battere forte il cuore.

Martina.

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2 pensieri su ““Lei” (Her) di Spike Jonze – epopea delle emozioni bioniche.

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