L’indifferenza che ferisce.

Non saprei nemmeno da dove cominciare. Le parole mi ronzano in testa, come uno sciame disordinato, ma non riesco a metterle in fila.

Sono principalmente due gli eventi che mi hanno portato a scrivere questo articolo. Il primo: la morte di Robin Williams; il secondo: il video meraviglioso di Shanti, di cui vi lascio il link. Andate a vederlo perché lei è una personcina molto coraggiosa e molto dolce.  —> https://www.youtube.com/watch?v=b3-41wRA3XY

Non c’è bisogno di commentare il secondo motivo per cui sto scrivendo. Vorrei soffermarmi sul primo: Robin Williams soffriva, tra le altre cose, di depressione. Secondo alcuni è stato proprio questo a spingerlo al suicidio. Ora, non voglio fare del gossip perché sono  la persona meno qualificata per farlo, ma mi è capitato di vedere gente che faceva spallucce su un evento del genere e diceva: “Un altro depresso. Poverino, che brutta fine.”“Sembrava sempre così sorridente…”“Ah, soffriva di disturbi mentali? Pensa, non l’avrei mai detto.”

Frasi sempre accompagnate da un’aria svagata e annoiata. Persone noncuranti del fatto che, magari, la persona a cui le si rivolge è afflitta da problematiche interiori più o meno simili a quelle tirate in ballo.

Non voglio rimarcare troppo il fatto che noi italiani siamo un popolo col paraocchi, ma l’argomento sui problemi mentali è tabù tanto quanto quello sulle differenze sessuali. Uno schizofrenico è trattato alla stregua di un omosessuale. Dico forse sciocchezze? Non credo. Mi è capitato di parlare con persone che reputano i malati mentali come dei criminali, e gli omosessuali come dei depravati.

Agli occhi di un italiano i malati mentali e gli omosessuali corrispondono a questa formula:  “pericolose a se stesse e agli altri, e che creano pubblico scandalo”. Famosa frase ottocentesca che racchiude tutti i principi per cui una persona veniva rinchiusa  in un manicomio.
La gente tende a demonizzare tutto ciò che non comprende.

Non sono qui a fare la predica a nessuno, non voglio fare la maestrina. Vorrei solo raccontare la mia esperienza, per quel che possa valere.

Fin da bambina sono stata una persona molto introversa, difficilmente dicevo veramente quel che pensavo e/o provavo. Non ero timida, semplicemente stavo sempre per conto mio. Anche quando ero con altre persone ero teletrasportata mentalmente in un mondo tutto mio, si potrebbe dire che “vivevo sulle nuvole”.

Non ero asociale e non ho avuto un’infanzia difficile, anche se l’ho passata la maggior parte del tempo coi nonni, vedevo i miei solo dopo cena, quando mi mettevano a letto. Comunque non ero infelice, avevo tutto quello che si potrebbe desiderare.

Crescendo mi importava sempre meno della compagnia di altri individui, alcune volte la trovavo fastidiosa e cercavo di non avere contatti con nessuno.

Non mi sono mai chiesta il perché, non saprei nemmeno rispondere alla domanda.

Mano a mano che diventavo grande questo malessere (definiamolo così, per il momento) cresceva con me. Un demone scalpitante che si dibatteva, in cerca dell’uscita.

La scuola si era tramutata in un incubo. Può una ragazzina di tredici anni avere il terrore di andare a scuola? Ma, a parte il mio temperamento solitario e il mio comportamento asociale (in parte giustificato con l’amore per i libri) non avevo nessun altro sintomo, nessun altro campanello d’allarme.

 

Finite le scuole medie speravo di poter cominciare una nuova “vita scolastica” altrove.

Una scuola piccola, in un’altra città.

Le cose sembravano andare meglio, avevo stretto nuove amicizie, mi impegnavo a scuola… ma eccolo che torna. Quel grillo nella testa, quel presentimento. Non sei a posto col mondo, perché tu un posto nel mondo non ce l’hai.

All’inizio lo scambi per una cosa passeggera, una cosa che tutti gli adolescenti hanno, per forza, lo dicono anche alla tv. Ma poi ti accorgi che i tuoi amici non sono così, e qualche domanda te la poni. Il muro che ti costruisci intorno forse non è solamente dovuto al fatto che sei una persona riservata.

Ti nascondi dietro a uno scudo di inflessibile acciaio, che in realtà cela un guscio di morbide piume.

Poi il fatto di avere un carattere lunatico non aiuta. Un giorno ti cospargeresti di girasoli, l’altro giorno ti faresti beccare le orbite degli occhi dai corvi.

Forse è il peso che ogni persona sensibile deve portare. La croce degli artisti. Il malessere dei buoni di cuore. Ma se uno il cuore ce l’ha di ghiaccio? Se non è una brava persona? Fin dove si possono spingere le ipotesi, prima di ammettere che qualcosa nella tua testa non quadra?

Vivere con l’opprimente sensazione che non sei veramente capito da nessuno. Nessuno ti comprende, nessuno ti può aiutare. Sei un esserino unico e solo. Hai bisogno di protezione, ma hai paura dell’avvicinamento degli altri.

Forse le persone che giudicano non sanno cosa vuol dire.

Non hanno idea di come ci si senta quando  ti guardi allo specchio e non sai cosa vuoi essere, cosa vuoi diventare, cosa sei.

Passare mesi a mangiare solo insalata e cetrioli per raggiungere un ideale che non ti appartiene, una folle corsa per diventare qualcuno che non sei tu. Voler emulare qualcuno che nemmeno tu sai bene chi sia, ma devi raggiungere la perfezione, per piacere al mondo e forse sentirti finalmente accettato.

Passare la mattinata a fissare la porta, la finestra, le chiavi della macchina. Cercando la forza per uscire, per affrontare il mondo esterno. Immaginando tutti gli scenari possibili, tutte le cose brutte che potrebbero accadere.

Non chiamare mai nessuno. Avere un attacco di panico quando devi risolvere un problema in posta, in banca…

Portare all’estremo la tua fissazione per l’ordine, del pulito. Volere il controllo sulla situazione, sullo spazio e a volte persino sul tempo.

Alla fine non sai più chi sei veramente. C’è una tempesta nella tua mente.

Vedere in poco tempo tante amicizie svanire per colpa tua. Solo tua. Per il tuo continuare a inventare scuse per non uscire, per non incontrarle. Per schivare la vita, quando lei ti colpisce duramente.

Facile non far trapelare nulla di tutto questo. Le scuse le trovo meglio dei calzini spaiati.

Parlare aiuta, dicono.

Si, aiuta se ad ascoltare ci sono le persone giuste.

La mia medicina l’ho trovata: scrivere. E leggere. Leggere tanto, isolarmi in posti solo miei. Forse peggiorerò, forse starò meglio. Purtroppo sono cose che cambiano di giorno in giorno. A volte ti prende la smania di fare, fare, fare, fare… ci sono giorni che mi sento in grado di scrivere un saggio di mille pagine, altri che mi scoraggio e mi dico: “Cosa scrivo a fare? Nessuno leggerà mai le mie inutili parole…”

Pigne di fogli di carta, mille progetti, decine di idee… tutte buone e tutte fattibili. Certi giorni.

A volte vorrei avere il coraggio di vivere un’avventura. Alla Bilbo Baggins.  Non pretendo chissà che cosa, ma qualcosa pretendo.

Ora le cose vanno meglio. Ho riallacciato alcuni rapporti, anche se ho ancora l’abitudine di inventarmi scuse pur di non uscire. Mi prende ancora l’ansia se devo andare a far qualcosa che, per molte persone, sembra normale: prendere il pane, andare in un negozio, spedire un pacco…

Grazie al cielo hanno inventato lo shopping online.

Tra due settimane andrò a vivere in un’altra città, lontano da casa mia. Non sarà una cosa definitiva, starò via solo per le lezioni dell’università (5 giorni su 7…), ma ho paura e spesso passo la notte in bianco, pensando e ripensando a cosa farò, come lo farò…

Manie di controllo? Può darsi.

Nulla è certo, quando si parla di pazzia.

Non mi piace dare un’etichetta alle cose, per cui non ho mai etichettato quello che ho, o quello che credo di avere.

Una cosa la so per certo: ho sudato parecchio a scrivere. E sono pure sotto antipiretico, potete immaginare in che condizioni sono le mie ascelle.

Se siete arrivati a leggere fino a qui in fondo, vi ringrazio. Questo articolo non era per autocommiserarmi o per impietosirvi. Vorrei solo che la gente provasse a mettersi nei panni altrui e a dare un maggiore senso umanitario alla loro esistenza.

Vostra, Martina.

 

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4 pensieri su “L’indifferenza che ferisce.

  1. tielyanna

    “Vorrei solo che la gente provasse a mettersi nei panni altrui e a dare un maggiore senso umanitario alla loro esistenza.”
    Desiderio più che naturale (e non sei l’unica ad averlo, credimi) che sarebbe bello si realizzazze, ma per uno che ci prova ce ne sono a bizzeffe che nemmeno fingono di provarci, purtroppo.
    Facce di circostanza tante, apparente comprensione ancora di più… sostanza (vale a dire tentativo reale) pari quasi a zero, eppure…
    eppure qualcuno c’è, pochi è vero, ma ci sono persone che ci provano, magari non ci riescono sempre ma ci provano ed è già un buon punto di partenza.
    A te mando un abbraccio, senza nessuna finta empatia ne nessun finto coinvolgimento, solo un abbraccio perchè “certi” momenti di cui parli li ho vissuti e capisco (o penso di capire) come puoi/potresti sentirti.

    1. Martina Volontè

      Certo, il mondo non è interamente popolato da insensibili ipocriti, ma spesso e volentieri le persone che più dovrebbero starti accanto liquidano la questione con scioccanti consigli. Ti senti in qualche modo tradita, e non fanno che accentuare quel tuo senso di inadeguatezza e di incomprensione.
      Ti ringrazio per le tue dolci parole, e anche io ti abbraccio forte.

      1. tielyanna

        Tasto dolente quello dei “consigli” , sembra che il mondo intero sia sempre pronto a darli, sopratutto quando non richiesti: chi sa, forse per questo tendo a fare come gli Elfi : non darne.

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