Accenni primaverili in Val Vertova (foto)

Una quindicina di giorni fa sono stata in Val Seriana, più precisamente in Val Vertova.

Il tempo non era dei migliori per delle foto, ma nella zona sotto agli alberi filtrava una luce meravigliosa e in fase di post-produzione ho cercato di mantenerla calda, possibilmente fedele all’originale (come faccio sempre, d’altronde).

Primi accenni di primavera, con tanti fiorellini colorati e acque limpidissime. Un paradiso, insomma, se non fosse per il fatto che ho camminato cinque ore in salita. La prima parte del sentiero è facile, ma poi si inerpica mica male.

La Val Vertova è un luogo che dona pace. Aria calda, fronde degli alberi e silenzio assoluto. Cosa volere di più?
E ho fotografato un angolino che a me ricordava la Contea (nella Terra di Mezzo).

Per le informazioni sul sentiero mi sono affidata al sito della Val Seriana (vi lascio il link alla mia escursione).

Le foto le ho scattate con una Sony Cyber-shot HX300.

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Per altre foto visitate il mio profilo 500px

Alla prossima,

Martina V. 

5 Curiosità sul film Logan: Wolverine

 

Se già avete visto il film di James Mangold sarete sicuramente rimasti colpiti da questo insolito cinecomic, ecco quindi 5 curiosità sulla pellicola più chiacchierata, e apprezzata, dell’ultimo mese:

1. Il finale era stato anticipato nel capitolo precedente. Il regista ha confermato che la fine di Wolverine era stata anticipata dalla veggente Yukio nel precedente film Wolverine – L’Immortale, diretto sempre da Mangold. C6fVOafVQAQZG6U

2. Il fumetto che compare in realtà non esiste. È stato creato appositamente per il film, con i disegni di Joe Quesada.

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3. Il film che guardano in hotel è stata una fonte di ispirazione per il regista. Il Cavaliere della Valle Solitaria di George Stevens, il cui protagonista deve fare i conti con una vita fatta di violenze, come Wolverine.

4. I volti degli attori sono stati ricreati in CGI. Nelle scene che prevedono l’uso di stuntman, i volti di Logan e di Laura, sono stati scansionati e ricreati digitalmente, per poi essere posizionati sopra il volto delle controfigure.

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5. Mangold sta preparando una versione in bianco e nero. Lo stesso regista ha confermato che ci sta lavorando su.

Nel caso non lo aveste ancora fatto, vi invito a leggere la mia recensione sul film, cliccando QUI!

Grazie della lettura, alla prossima!

Martina V.

 

 

Logan – The Wolverine di James Mangold (2017)

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  • Titolo originale: Logan
  • Paese di produzione: Stati Uniti d’America
  • Anno: 2017
  • Durata: 137 min
  • Regia: James Mangold
  • Soggetto: Roy Thomas, Len Wein, John Romita Sr. (personaggio)
    James Mangold (storia)
  • Sceneggiatura: Scott Frank & James Mangold, Michael Green
  • Interpreti e personaggi:
    Hugh Jackman: Logan / X-24
    Patrick Stewart: Charles Xavier
    Richard E. Grant: Dr. Zander Rice
    Boyd Holbrook: Donald Pierce
    Stephen Merchant: Calibano
    Dafne Keen: Laura
    Elizabeth Rodriguez: Gabriela
    Eriq La Salle: Will Munson
    Elise Neal: Kathryn Munson

Link al TRAILER italiano


logan.jpgLogan è l’ultimo capitolo dedicato alla storia di Wolverine e del Professor X ed è la pellicola che segna la fine della collaborazione tra gli attori Jackman e Stewart.

È un cinecomic insolito che si discosta dalle tute in lactifless e battute ad effetto, è un film maturo e saggiamente composto che prova l’evoluzione dei film sui supereroi e, molto probabilmente, del genere cinematografico.

Ultimamente c’è stata una liberazione del genere del cinecomic (lo si può notare anche nel film Deadpool): non sono più pensati per un pubblico esclusivamente under 18. Finalmente il personaggio di Wolverine falcia teste e impreca. Peccato che abbiano liberato il suo potenziale solo all’ultimo capitolo.

James Mangold (già regista di Wolverine-L’Immortale) dirige un film adulto, profondo e molto introspettivo, senza però privarci delle scene d’azione, molto cruente. Persino il titolo rimanda a qualcosa di intimo, più autobiografico che eroico: Logan. Solo il nome di battesimo della sua seconda vita, tormentata e solitaria.


È il 2029 e Logan è ormai lontano dalla scuola di Charles Xavier e dalle battaglie, lotta contro un perpetuo indebolimento, causato dall’adamantio; non è un uomo in cerca di redenzione, ma semplicemente tira avanti, stanco e decadente.

Deve prendersi cura del Professor X, l’ultima persona che gli è rimasta, il quale è visibilmente invecchiato e poco lucido a causa di una malattia neurologica degenerativa, costretto a prendere delle pillole per non avere attacchi che potrebbero rivelarsi letali per le persone che lo circondano (ricordiamoci che è un mutante di classe 4). Impersonano padre e figlio, delle maschere non poi così lontane dalla realtà, ultimi membri della famiglia degli X-Men in contatto.

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I mutanti rimasti in vita sono pochi, non ci sono nuove manifestazioni del gene X, anche a causa della Transigen, una compagnia scientifica che crea mutanti in laboratorio. Uno di questi mutanti, Laura, è stata creata col gene di Logan; lei e altri ragazzini sono il simbolo di una nuova speranza per i mutanti. Convinto da Charles, Wolverine la aiuta a raggiungere Eden, un posto sicuro nel North Dakota.


Spoiler nelle prossime due righe!

Perché non ci sono nuovi mutanti? Perché Charles ha ucciso la maggior parte di loro durante uno dei suoi attacchi psichici e, tristemente, se ne ricorderà prima di morire.


01d7356cea8ba3100eee1e53d888992b.jpgUna grande interpretazione, prima di salutare per sempre il suo magnifico personaggio, una relazione che è durata 17 anni (dal primo film del 1999: X-Men di Bryan Singer) e che ha trovato la più che giusta conclusione. Hugh Jackman ci regala un inedito Wolverine, e ci fa commuovere ricordandoci che dietro alla maschera si nasconde un grande uomo. Un grande attore che ha saputo portare le pellicole Marvel a un livello superiore.


Mi è piaciuto che ci sia stata una sorta di evoluzione del gene X, in tal modo ci sarà spazio per una nuova generazione di mutanti.

L’iniziale location desertica e gli uomini bionici mi hanno ricordato il mondo post apocalittico di Mad Max (che adoro). L’idea della cisterna è grandiosa. Bellissimo l’inseguimento col treno.

Ottimo dosaggio tra emozione e azione, il film non lascia prevalere una delle due cose e per questo non annoia mai.

Commovente e a dir poco fantastico il finale.

Finale che chiude un ciclo di grandi pellicole e che ci farà rimpiangere l’assenza di Wolverine dagli schermi.

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Grazie della lettura,

Martina V.

American Gods di Neil Gaiman: in arrivo la serie tv!

Difficile non conNeil-Gaiman-3-Sm.jpgoscere Neil Gaiman, scrittore apprezzato da critica e pubblico, giornalista, fumettista, sceneggiatore e, all’occorrenza, tuttofare nel palazzo di vostra zia.

L’autore è prevalentemente conosciuto per i suoi romanzi fantasy per ragazzi.

Tra le sue opere più famose ci sono: Stardust, American Gods, Coraline, Il Ragazzo dei Mondi Infiniti e la serie a fumetti Sandman.

American Gods è stato pubblicato per la prima volta nel 2001 e ha vinto il premio Bram Stoker, il premio Nebula e il premio Hugo, tre tra i più importanti premi di letteratura fantascientifica e dell’orrore.

Trama: racconta di Shadow, ingaggiato dal signor Wednesday come guardia del corpo. Ben presto, Shadow scopre che dietro il signor Wednesday si cela in realtà il dio nordico Odino che vuole riunire tutti gli antichi dèi per una grande guerra contro le nuove divinità, che vogliono prendere il loro posto nelle coscienze umane.


americangods1_jpg_1003x0_crop_q85.jpgNel 2017 diventerà una serie televisiva; prodotta da Starz e ideata da Bryan Fuller e Michael Green.

B. Fuller è diventato famoso per aver lavorato a Star Trek: Deep Space Nine e Star Trek: Voyager e aver creato la serie tv Hannibal.

M. Green ha fatto carriera scrivendo episodi di Smalville, Heroes ed Everwood (quanti ricordi, mamma mia). È anche sceneggiatore dei film Lanterna Verde (2001), Logan – Wolverine, Blade Runner 2049 e Alien: Covenant (tutti e tre usciranno nel 2017). Roba non da poco, insomma.

La data della premiere è il 30 aprile.

Nel cast anche Ian McShane, un azzeccatissimo Wednesday, e Emily Browning, la Violet Baudelaire nel film Una Serie di Sfortunati Eventi (2004), nel ruolo di Laura Moon.

QUI il trailer

I presupposti sono ottimi, le basi per una buona serie ci sono, non ci resta che aspettare!

Martina V. 

Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan (2016)

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A truly incredible piece of s**t. 

Sapevo poco e niente su questo film, ma sono andata al cinema piena di aspettative su questa pellicola definita in lungo e in largo un “capolavoro” e candidata a 6 premi Oscar.

Non mi era mai successo di rischiare di addormentarmi in sala. Mai. Per nessun film. Ho dovuto iniziare a mangiarmi le unghie per rimanere sveglia, un po’ per disperazione, un po’ per delusione.

Ma io di cinema non ne capisco niente, cosa volete farci?!


REGIA: Kenneth Lonergan
ATTORI: Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Matthew Broderick, Gretchen Mol, Kara Hayward, Tate Donovan, Heather Burns, Josh Hamilton, Erica McDermott, Lucas Hedges.
SCENEGGIATURA: Kenneth Lonergan

TRAMA: dopo la morte improvvisa del fratello maggiore Joe, Lee viene nominato tutore legale del nipote. Lee è ancora tormentato dal proprio tragico passato, che lo ha allontanato dalla moglie Randi e dalla comunità in cui è nato e cresciuto.

QUI il trailer del film


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(Non ci sono spoiler, solo il mio veleno. Ma poi non c’è niente da spoilerare!)

Manchester by the Sea è un film drammatico. Triste e lento come una moviola inceppata.

A parte qualche battuta, buttata lì sapientemente, non c’è un attimo di respiro. Il cuore ti si accartoccia come foglie secche.

La trama è già vista, sentita, trita e ritrita. La sceneggiatura è banale e i dialoghi noiosi.

È tutto così assurdamente pesante.

Però il montaggio e le inquadrature non sono affatto male. Mi è piaciuto il passaggio netto dai luoghi chiari, ai luoghi scuri; o da un forte rumore, a un silenzio assoluto. Ho apprezzato anche i flashback mandati a piccoli spezzoni: una triste prova di quanto la vita di un uomo possa cambiare per un errore.

Manchester by the Sea è la storia di un uomo e del suo dolore; di quanto possa sopravvivere ad esso e conviverci. Dolore che si sovrappone ad altro dolore.

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Zio e nipote si riavvicinano a causa della terribile perdita; due differenti tipi di sofferenza e due modi di esprimerla: fare a botte nei bar o cercare di spupazzare ragazze.

La vuota e robotica vita di Lee viene sconvolta da questo suo forzato ritorno alla città natale e si vede costretto a riallacciare rapporti e affrontare vecchie questioni. Il suo impassibile e triste volto alla fine riesce a distendersi un attimo. Titoli di coda. Finalmente anche lo spettatore può tirare un sospiro di sollievo.


Per concludere: bella idea, ma non riuscita al 100%. La tecnica supera la storia e, in questo caso, non è un punto favorevole. Si poteva velocizzare un po’ la narrazione.

I dialoghi sono poco interessanti, ma forse è meglio così: si gioca tutto sul viso straziato del protagonista e sul silenzio della/e perdita/e.

Lonergan sembra il classico studente: ha buone capacità, ma non si applica. Poteva uscirne davvero un film meritevole della candidatura, ma è solo molto triste.

Forse mi mancava un punto di connessione (o chiamatela empatia) con la storia.

Comunque l’interpretazione di Casey Affleck è di tutto rispetto (candidato agli Oscar come miglior attore protagonista).
Le altre candidature sono regalate.

Alla prossima,

Martina V. 

 

Tolkien e le sue opere: guida alla lettura per neofiti.

Avete deciso di cimentarvi nella lettura del maestro del fantasy? Splendida decisione. Potrebbero però presentarsi dei dilemmi: quali edizioni scegliere? Da quale opera incominciare? C’è un ordine cronologico da seguire?

La mia semplice guida è di riferimento a chi non ha mai letto nulla dell’autore; quelli che già conoscono il genere riusciranno sicuramente a trovare la giusta via di lettura.

(Siccome parlare di questo autore in particolare scatena sempre l’astio dei tuttologi di turno, una doverosa premessa: non sono “studiata” come voi, queste che riporto sono mie considerazioni personali, se pensate che scrivo fesserie fatemelo sapere con garbo e buonsenso, grazie.) 


Da quale opera incominciare? Dipende da quale tipo di interesse avete, e se avete già un minimo di idea su cosa andrete a leggere. Se siete dei perfetti neofiti consiglio di iniziare con Lo Hobbit, così da entrare un po’ nell’immaginario dell’autore in modo più “leggero” (è pur sempre un libro destinato a un pubblico giovane). Se invece siete già più pratici del genere, solitamente dico di iniziare con Il Signore degli Anelli perché, in fin dei conti, si può definire “l’opera madre”, quindi ha senso leggere per prima l’opera principale e, successivamente, arricchire le conoscenze con le altre opere della Terra di Mezzo. Devo però fare una piccola considerazione: Il Signore degli Anelli è nato come seguito de Lo Hobbit quindi, per fare i pignoli e seguire il giusto ordine, bisognerebbe iniziare da quest’ultimo.


C’è un ordine cronologico da seguire? Come già detto prima, tutto dipende da come volete approcciarvi all’autore. Inutile incominciare la lettura con Il Silmarillion se non sapete cos’è la Terra di Mezzo (senza contare che è un’opera estremamente complessa). Se non avete particolari intenti studiosi, suggerirei di seguire il vostro istinto; oppure seguire l’ordine di pubblicazione, ovvero: Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli, Il Silmarillion e via discorrendo (Wikipedia vi sarà d’aiuto). Se per “cronologicamente” intendete dal punto di vista della storia della Terra di Mezzo allora l’ordine sarebbe: Il Silmarillion, I Figli di Hùrin, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli… ma perché complicarsi la vita?

Io ho seguito questo ordine:

  1. Il Signore degli Anelli;
  2. Lo Hobbit;
  3. Il Silmarillion;
  4. Racconti Incompiuti;
  5. Le Avventure di Tom Bombadil.

Più altre opere slegate dalla Terra di Mezzo (o da consultazione), il cui ordine di lettura non è rilevante.
Ora sto leggendo I Figli di Hùrin.

Ripensandoci avrei preferito iniziare con Lo Hobbit.


Il Signore degli Anelli

Partiamo dalla base: Il Signore degli Anelli è edito da Bompiani, a meno che non andiate a pescare le edizioni di vostro nonno di Rusconi (in quel caso, beati voi).

L’origine del libro risale al 1937, ma ebbe numerose riprese fino alla prima pubblicazione del 1955. Nato come un unico volume, ma pubblicato diviso in tre parti, data la scarsità di carta durante la guerra.

Le edizioni del Il Signore degli Anelli di Bompiani dal 2003 in poi hanno delle righe in meno. Sono le famose 20 righe alla fine del capitolo Molti Incontri. Per cui, se volete cimentarvi ora nella lettura dell’opera, consiglio le pubblicazioni rivedute.

Purtroppo la Bompiani non è ancora in grado di offrire un buon prodotto. Le edizioni che riportano le righe mancanti non hanno la mappa ripiegata in fondo, ma una minuscola riproduzione su due pagine (a volte addirittura su una!) e le edizioni più belle da vedere non riportano il capitolo intero (e altri errori tra cui l’orribile traduzione “orchetti”).

La più completa (righe mancanti e mappa ripiegata) è ormai introvabile: la versione nel cofanetto argentato fatta per il 50° anniversario della pubblicazione.

La migliore è quella del 2011, della serie Vintage (potete vederla qui), ma ha una scomoda mappa stampata sulle prime due pagine.

Sarebbe meglio leggere la trilogia come un unico libro, poiché è stato pensato così. Tuttavia, se volete la praticità, ci sono le edizioni in tre volumi del 2012, con delle bellissime copertine nere.

Per chi fosse interessato a un’edizione da collezione c’è l’opera illustrata da Alan Lee che sicuramente vale il suo costo (intorno ai 40 euro su Amazon); oppure l’edizione del 2014 per il 60° anniversario della pubblicazione (la sconsiglio, ma è comunque un pezzo da collezione).

 

Per concludere: se volete una lettura veloce e portatile prendetevi i tre volumi del 2012; se invece volete una lettura approfondita (con mappa, prefazione e appendice) allora meglio l’edizione del 2011.

Credo nell’importanza di un’opera completa, per questo incoraggio l’acquisto delle edizioni con le righe mancanti; tuttavia, tra le varie pubblicazioni che possiedo, non posso che preferire la vecchia versione del 2002, come praticità e bellezza (inoltre la mappa ripiegata l’ho potuta staccare a appendere in una cornice, con quelle nuove non leggi nemmeno bene i nomi).


Lo Hobbit

Lo Hobbit – There and Back Again è stato scritto per la prima volta nel 1937, ma ha subito dei miglioramenti e cambiamenti  in seguito alla pubblicazione del Il Signore degli Anelli, in modo da far combaciare le due storie. L’ultima versione è quella del 1951.

Anche questo romanzo presenta varie pecche e molte edizioni. Partiamo dal fatto che sono due le case editrici che ne detengono i diritti: Adelphi e Bompiani.

Esistono due tipi: Lo Hobbit e Lo Hobbit annotato. Cos’è Lo Hobbit annotato? È il romanzo con a margine le note di approfondimento scritte da Douglas A. Anderson nel 1988.

L’ideale, secondo me, sarebbe leggere l’opera in modo continuo, fluido, senza interruzioni per leggere le note a lato. Successivamente, se l’opera vi è piaciuta e volete saperne di più, acquistare la versione annotata.

Quale scegliere?

Le pubblicazioni Adelphi sono più fedeli all’originale, con la vecchia traduzione e le immagini disegnate da Tolkien stesso.

Bompiani ha invece pubblicato nel 2012 una nuova traduzione, più completa e con meno refusi.

Per me la migliore è questa.

Cercate edizioni illustrate?

C’è questa particolarmente graziosa con i disegni di Jemima Catlin.

Oppure questa con le illustrazioni di Alan Lee.

Infine questa, bellissima e con le illustrazioni e bozzetti dell’autore stesso (ma non è presente il romanzo).

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Questi sono i due libri dai quali vi consiglio di iniziare.

Per dubbi, suggerimenti, considerazioni e quant’altro lasciate pure un commento!

Grazie della lettura,

Martina V.

La La Land, dedicato ai folli e ai sognatori.

Dedicato ai sognatori. 

A chi osa inseguire i propri sogni.

A chi si è visto chiudere molte porte in faccia.

A chi è stato frenato da questa società che premia la materialità, che ci vuole pratici.

A chi non demorde.

A chi ha pensato di mollare tutto, ma poi ci ha ripensato.

A chi è stato costretto a cambiare strada.

A chi ha perso tutto.

A chi è riuscito a rinascere dalle sue ceneri.


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Finalmente ho visto anche io questo stramaledetto film di cui tutti parlano. Ho voluto aspettare che al mio cinema di fiducia lo facessero in lingua originale, per potermelo godere davvero.

La La Land è un musical, una commedia sentimentale.

Un musical bellissimo, una commedia brillante, con una profondità enorme. Il tema che tratta non è per nulla banale. L’ho trovato molto attuale e, al tempo stesso, così radicato nella nostra società. Quando mai si sono premiati i sognatori?

Perché un musical dovrebbe passare come cinema di serie b? C’è stato un tempo in cui era questo l’unico intrattenimento disponibile; un tempo dove Fred Astaire e Ginger Rogers erano i Ryan Gosling e le Emma Stone di qualcun’altro.

Chi sputa sui musical non ha mai visto capolavori come Alta società, con Frank Sinatra e Grace Kelly (e delle meravigliose musiche di Cole Porter).


Il regista è Damien Chazelle, già acclamato (e amato dalla sottoscritta) per Whiplash. Erano anni che pensava a un musical, ma nessuno era disposto a finanziarlo. Alla fine il sognatore che non si arrende sembra essere proprio lui.

Il film ricorda molto la Hollywood degli anni cinquanta e sono presenti vari omaggi a musical di successo, tra cui Cantando Sotto la Pioggia (quando Gosling gira intorno al lampione).

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La musica è semplicemente stupenda. I testi sono stati scritti da Benj Pasek e Justin Paul, tranne il brano Start a Fire, scritto da John Stephens. La colonna sonora  è stata composta e orchestrata da Justin Hurwitz (compagno di università di Chazelle). Il brano City of Stars ha vinto il Golden Globe come miglior canzone originale.

Nel film è presente il musicista John Legend, nella parte di Keith.

Ryan Gosling ha imparato a suonare il piano in soli 3 mesi e non si limita a suonare Jingle Bells e altre cazzatine, ma fa roba abbastanza impegnativa per un neofita.

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Le coreografie sono ben fatte. Il film dura due ore e non mi sono annoiata neanche un attimo. Anzi, volevo non finisse mai!

E le riprese… Oh. Mio. Dio. Fosse stato girato cinque anni fa probabilmente all’università studierei La La Land, invece che altre amenità come Ben Hur o Sentieri Selvaggi. Questo film farà la storia del cinema. Il piano sequenza iniziale è perfetto.

Le sequenze musicali sono girate in Cinemascope (da cui si ottengono fotogrammi a largo campo visivo), come negli anni ’50.

La coppia Gosling-Stone è perfetta e affiatata, probabilmente la loro migliore interpretazione insieme. Emma Stone è una rosa: bellissima, pura, delicata. Sboccia dentro bellissimi vestitini e non ti stancheresti mai di vederla cantare.

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Perché molte persone criticavano il fatto che fosse un musical sul jazz, ma che il vero jazz non è “quella roba lì”? Il jazz è ANCHE questo. E il tema è sviluppato magnificamente. Inoltre NON è un musical sul jazz. È una storia d’amore tra un jazzista e un’attrice. C’è una parte di jazz, ma non tutte le canzoni lo sono.

Il finale è malinconico, non è una storia d’amore banale o scontata. Nasce in maniera un po’ rude e finisce così, con solo molta gratitudine negli sguardi. Forse col rimpianto di come poteva andare, ma con la felicità di essere finalmente arrivati a realizzarsi.


Questa pellicola eccelle in tutto. Secondo me farà un pigliatutto agli Oscar dove, ricordo, ha ottenuto 14 candidature (un record).

Consiglio la visione a tutti gli scettici che ancora lo snobbano.

Dedicato ai folli che ancora osano sognare.

Grazie per la lettura,

Martina V.

Pride & Prejudice, di Joe Wright (2005)

Quella di Joe Wright (che è , tra l’altro, uno dei miei registi preferiti) è senza dubbio la trasposizione cinematografica del romanzo che prediligo.

La più attinente all’opera e alle atmosfere che si respirano leggendo il libro. Pura umidità inglese. Lovely.

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Si, esatto: la versione con Colin Firth non mi è piaciuta. Scusatemi tanto gattare di mezza età.

Il film ha ricevuto 4 nomination agli Oscar del 2006:

  • Miglior attrice protagonista a Keira Knightley
  • Miglior scenografia
  • Miglior costumi
  • Miglior colonna sonora originale

Le musiche sono del compositore italiano Dario Marianelli e sono semplicemente stupende, calzano alla perfezione la narrazione e accompagnano gentilmente le atmosfere.

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La scenografia è tra le più belle dei film di Wright, battuta solo da Anna Karenina.

Interpreti e personaggi: 

  • Keira Knightley: Elizabeth Bennet
  • Matthew Macfadyen: Signor Darcy
  • Donald Sutherland: Signor Bennet
  • Rosamund Pike: Jane Bennet
  • Brenda Blethyn: Signora Bennet
  • Tom Hollander: Signor Collins
  • Rupert Friend: Signor Wickham
  • Judi Dench: Lady Catherine de Bourgh
  • Jena Malone: Lydia Bennet
  • Talulah Riley: Mary Bennet
  • Carey Mulligan: Kitty Bennet
  • Simon Woods: Signor Bingley

Il cast è eccezionale e super azzeccato. Donald Sutherland nei panni del Signor Bennet è qualcosa che vale la pena vedere. C’è una ancora semi-sconosciuta Rosamund Pike che sa incarnare perfettamente la bellezza rosa pallido di Jane. Matthew Macfadyen è il Mr. Darcy per eccellenza: prima tenebroso e scontroso, imprevedibilmente romantico dopo. Adoro Keira Knightley  in tutto ciò che fa, quindi sono di parte, ma la candidatura all’Oscar non l’ha presa per niente, credo.

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E comunque: Keira sta a Joe come Scarlett sta a Woody.

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Mi sono appena resa conto che sembro la classica zitella trentenne che alle cinque pretende il suo tè al gelsomino. Che vi devo dire? Sono piena di sorprese. Mi piacciono i vichinghi che frantumano ossa e leggo Jane Austen. Eheheh… 

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Sono passati 12 anni da quando mi sono innamorata di questa pellicola. E della campagna inglese. E del Romanticismo. E dell’epoca vittoriana. Insomma, una catena di eventi che mi hanno portata a scoprire molto sul mondo letterario.

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L’arte delle prime impressioni, dei giudizi frettolosi e delle occasioni sprecate.

La paura di provare sentimenti sbagliati, di essere inadeguati, di non essere ricambiati.

La superficialità che divide, l’intesa che unisce.

L’inutile lotta contro se stessi. Cercare di soffocare i propri sentimenti.

Non siamo poi così lontani dall’epoca di Jane Austen. Vero?
La letteratura è sempre attuale.

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Per quanto ci nascondiamo dietro un trucco pesante e lo smalto nero, siamo tutte un po’ Elizabeth Bennet. Non bisogna possedere 9 gatti per desiderare il proprio Mr. Darcy.

Ammettiamolo: siamo tutte sul Romantico andante. Senza vergogna, dai. Fatevi avanti. Chi non ha sognato un Mr. Darcy che ci cammina incontro all’alba?

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«Ho lottato, ma invano. Non serve a nulla. Non posso reprimere i miei sentimenti. Vi prego, permettetemi di dirvi con quanto ardore vi ammiro, e vi amo.»

(Mr. Darcy)


Volete leggere il romanzo, ma ancora non lo avete? Vi consiglio di scegliere le edizioni con la prefazione di Ginevra Bompiani. (Orgoglio e pregiudizio, trad. di Barbara Placido, Roma: Gruppo editoriale l’Espresso, 2004).

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Grazie di avermi letto,

Martina V. 

Il lato positivo.

Mi chiedono: “Perché scrivi solo cose tristi?”.

E io potrei rispondere: “Perché quando sono felice esco.”

La verità è che non esco quasi mai e quindi mi tocca parlarvi anche delle cose belle. Si perché, alla fine, c’è anche un lato positivo.


Mi piace svegliarmi presto per avere più ore a disposizione durante la mattinata. Mi fa sentire carica e rilassata.

Adoro portare le mie due cagne (si dice? Si dice.) a passeggio, visitare con loro posti nuovi, possibilmente alte montagne perché la città le spaventa, ma forse spaventa più me.

Non posso fare a meno di viaggiare. Mi mette felicità. A un certo punto mi manca il respiro e devo vedere qualcosa di nuovo. Magari ho paura ad andare a fare la spesa, a prendere un treno o entrare nelle poste, ma se devo partire non ho più paura di nulla. Peccato che non sia gratis, altrimenti starei via per sempre.

Amo fare progetti. Prossima estate andiamo… Perché non compriamo quella sedia che… Peccato che non sempre riesco ad aspettare. Prossimi progetti: il giro della Toscana (prevalentemente a piedi) e il Trenino Rosso del Bernina.

Giro nelle librerie. Per ore. E alla fine compro sempre qualcosa, anche se ne ho già una marea da leggere.

Mi rende felice aiutare gli altri. Sembra una sciocchezza, e pure banale, ma è così. Mi auto soprannomino l’Usciere. Perché tengo sempre le porte aperte per gli altri e do la precedenza, come un gentleman d’altri tempi. Solo che io a volte devo sembrare parecchio stramba. Ah, quasi nessuno ringrazia.

Andare al cinema. Spegnere il cervello con le luci della sala. Buio dentro, ma il buio interiore resta fuori, grazie.

La fiera dell’ovvietà: abbuffarmi di cibo buono mi rende felice. Dopo sei troppo intontita per ogni cosa e stai lì, tra lo sdraiato e il seduto semi-cosciente sul divano. Davanti alla playstation o a un film che ricorderai vagamente.

Fare fotografie. Belle, brutte, storte, mosse. L’importante è quello che c’è dietro quello scatto. Se ho premuto è perché era un momento felice, da ricordare. Oppure solo un bel soggetto da fotografare. E poi la bellezza mette sempre felicità.

Stare all’aria aperta. Ma non in un puzzolente parco cittadino che odora di pupù di cane. Trekking, escursioni, passeggiate. Dove le case sono in sasso e non passa il tram, per intenderci.

Una menzione d’onore va al riordino. Lo sapete già. Soprattutto rimettere in ordine la libreria. Non è che mi mette felicità, mi rilassa la mente. Comunque ora sono più: “Ciao, mi chiamo Martina e sono 14 ore che non riordino o pulisco.” 


In ogni caso chi sono io per spiegare cosa è la felicità?

Posso solo dirvi quello che ho capito.

Non è una costante, ma direi più una variante. Costanti e variabili, Daniel Faraday mi fai una pippa.

È inutile sognare la perpetua felicità, non penso possa esistere. La vita stessa non te lo permette. Ci sono troppe persone in questo mondo, persone che si scontrano col tuo, e ognuna di loro ha dei propri interessi. Impossibile non entrarci in collisione. Anche solo in due è arduo. La vita è un altalena di emozioni e ora la smetto di sparare stronzate baggianate.

Siate felici, con moderazione. Non scialacquate tutto subito. Parsimonia è la parola giusta. Siate parsimoniosi nella vostra felicità. O vivetevela al massimo. Che mi importa?

Un saluto,

Martina.