Atypical: come Netflix mette in scena l’autismo | Recensione

Atypical è una serie tv americana che ha debuttato l’11 agosto 2017 su Netflix.

Sam Gardner è un ragazzo di diciotto anni, è all’ultimo anno di liceo, ama i pinguini e lavora in un negozio di elettronica con il suo migliore amico.  Ha una famiglia piuttosto ordinaria: una sorella più giovane appassionata di sport e dei genitori che gli vogliono bene.Sam è affetto da disturbi dello spettro autistico. Vorrebbe incominciare a uscire con le ragazze, nonostante gli altri lo trovino “strano”. È alla disperata ricerca di un po’ di indipendenza, soprattutto dalla pressante madre, la quale si sentirà presto esclusa.


La creatrice della serie è Robia Rashid, la co-autrice e produttrice di How I met your mother.


La madre Elsa è interpretata dalla bravissima Jennifer Jason Leigh, il padre Doug dal comico Michael Rapaport.

Fin dal primo episodio la serie riesce a catturare l’attenzione dello spettatore e, a parte qualche scena mal gestita, la visione scorre piacevolmente.
I personaggi cadono in certi cliché della famiglia americana, ma mantengono la storia accattivante.

Non è la prima volta che Netflix firma prodotti dalle tematiche forti, come 13 Reason Why e To The Bone.

 

L’autismo è un argomento spinoso e, decisamente, attuale. Raramente portato sugli schermi da un ragazzo adolescente, l’età più delicata e complicata per chiunque.
Qui, senza patetismi o ovvietà, si portano a galla i retroscena di una normale famiglia, alle prese con un normale ragazzo in cerca della propria indipendenza.

Sam è un ragazzo consapevole dei propri problemi e la sua genuina visione del mondo ci fa notare la sottile linea che divide anormalità da normalità.

Attraversiamo con lui i cambiamenti e le novità, ma seguiamo anche gli effetti che un personaggio come Sam ha sugli altri.

Non mancano momenti divertenti, infatti la serie vanta un ottimo bilanciamento tra drammaticità e comicità.

L’intera produzione è stata seguita dalla Dott.ssa Michelle Dean, della University of California.
Il Centro per la Ricerca e il Trattamento dell’Autismo di Los Angeles ha approvato l’intento divulgativo della serie.
Dal punto di vista “medico” Atypical è in una botte di ferro.
La qualità non è eccelsa, ma intrattiene il giusto per gli standard della piattaforma.

Alla prossima e grazie della lettura! 
Martina V.

 

Game of Thrones: perché tifare per Jaime Lannister e cominciare a odiare la Madre dei Draghi!

Attenzione: questo articolo contiene spoiler sulla settima stagione di Game of Thrones.
Attenzione: il titolo di suddetto articolo è fin troppo sensazionalistico.
Attenzione: questo articolo non ha alcun senso logico o scopo fuorviante. 


Prima di questa ultima stagione ero una tra quelle persone che faceva il tifo per Danaerys Targaryen.
Ce l’ha menata per 6 stagioni con ‘sta storia di essere nata durante una tempesta. Lucky you.
Venduta come una cavalla.
Maltrattata.
Derisa.
Hanno cercato di farla fuori in tutti i modi.
C’è quella cosa che come dice lei Dracarys non lo fa nessun’altro.
Libera gli schiavi.

Per forza di cose alla fine ti ritrovi  a sperare che finisca su una cazzo di nave e che torni alla sua benedetta casa.

Peccato che sia solo una ragazzina irrequieta che non vede l’ora di sfoggiare la potenza di fuoco dei suoi draghi.
Esattamente come fece suo padre.
Libera intere città dalla schiavitù, ma appena approdata a Westeros decide di cavalcare coi draghi ad Approdo del Re per la grigliata tattica di ferragosto.
Ed è pure una feticista delle ginocchia. Chiedete a Jon Snow.


Ma perché dovremmo tifare per Jaime? 

Perché, a differenza della Signora Infuocata, è un personaggio coi controco*****, in continua evoluzione e dannatamente ben costruito.

Perché possiede un minimo di senso etico e di buonsenso.

E poi perché, se muore, nessuno saprà mai la verità su chi ha davvero ucciso Joffrey.
E io voglio vedere la faccia di Cercei quando lo verrà a sapere.

Recentemente è stata avanzata un’ipotesi sul perché Jaime si sia fiondato alla carica contro un mortale drago.
Un disperato tentativo di ribaltare le sorti della battaglia o un istinto dovuto al proprio passato?
Il soprannome di Jaime è Lo Sterminatore di Re.
Come si può vedere in questo video Jaime ha ucciso il re che serviva perché dava ordine di bruciare vivi i suoi (presunti e non) nemici.

Tutti ricordiamo la puntata in cui lui si apre con Brienne e le racconta dell’origine del suo soprannome.

Il tutto lascia intendere che sia rimasto leggermente traumatizzato dalla passione per il fuoco dei Targaryen e che abbia quindi deciso, impulsivamente, di gettarsi contro un drago incazzato nero perché ferito, desideroso di uccidere la Madre dei Draghi con una picca.

Bel tentativo. È stato tutto epico come poche cose, sappilo.


Ma poi… come fa ad affondare così a lungo in un fiume? Saltandoci dentro da riva, oltretutto.
I misteri della natura.

Vi lascio con questa bellissima fan-art

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E ora ripete con me: “Gentili Benioff e Weiss, non fate cazzate.”

Grazie della lettura,
Martina V.

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Fino all’osso (To the Bone) di Marti Noxon |L’anoressia firmata Netflix

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DATA USCITA: 14 luglio 2017
GENERE: drammatico, commedia 
REGIA: Marti Noxon
SOGGETTO: Marti Noxon
SCENEGGIATURA: Marti Noxon
ATTORI: Lily Collins, Carrie Preston, Lili Taylor, Keanu Reeves, Alex Sharp, Ciara Bravo, Liana Liberato, Alanna Ubach, Brooke Smith, Kathryn Prescott
PAESE: USA
DURATA: 107 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix (Italia) 

TRAMA: Ellen è un giovane ragazza affetta fin dall’adolescenza da una grave forma di anoressia. È entrata e uscita da vari centri di recupero ma senza successo. Intenzionata a farla guarire, la sua famiglia disfunzionale accetta di mandarla in una casa famiglia per i giovani problematici, guidata da un medico non tradizionale, il Dr. William Beckham. Ellen rimane colpita dalle insolite regole e dai pazienti: spetta a lei trovare il modo di accettare se stessa al fine di sconfiggere la malattia. 


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Debutto alla regia per la produttrice Marti Noxon (Buffy l’Ammazza Vampiri) che basa il film sulla sua precedente battaglia contro l’anoressia.
Una pellicola curata nei minimi dettagli, realizzata da e con individui che hanno lottano contro malattie alimentari, arricchita da realistiche descrizioni.

Netflix ha sborsato otto milioni di dollari per poter averne la distribuzione, una cifra record per l’azienda. 


Un tema già affrontato da diverse pellicole, sfortunatamente poco interessanti o troppo romanzate per sembrare anche solo lontanamente realistiche.
To the Bone finalmente fa convivere armoniosamente la parte romantica con quella più verosimile, unendo drammaticità e commedia in un film piacevole e diretto.

to-the-bone-620x412.jpgSi fa chiarezza sull’argomento, sfatando anche molti falsi miti, in primis: l’anoressia non è voglia di dimagrire. È una malattia.
Si abbattono stereotipi, grazie anche al personaggio maschile, etero. Perché i disturbi alimentari non colpiscono solo le donne e gli omosessuali. Non lo sapevate?

Da ricordare la scena (un po’ disturbante) della madre che allatta la protagonista. Madre che aveva deciso fosse un peso troppo grande per lei prendersi cura della figlia.
Successivamente troviamo Ellen sdraiata sotto a un albero, in posizione fetale, nuda. Ricorda un uccellino caduto dal nido.
Le ho ricollegate così queste due scene. 


Dopo aver perso un sacco di chili per questo ruolo, Lily Collins ci regala un’ottima performance. Si doveva far perdonare dopo Shadowhunters.

In ottima forma Keanu Reeves, che aggiunge la giusta profondità a un personaggio che, altrimenti, sarebbe passato inosservato. to-the-bone-fb-new.jpg

Per concludere: fiction e realtà si incontrano in un ottimo dosaggio di romanticismo. Malattia trattata come tale, con la dovuta profondità e niente banali ragazzine che vogliono dimagrire per poter fare le modelle. 

Voto: 7+

Trattative in corso per il ruolo di Tolkien nel nuovo biopic!

Nuovissime news sul biopic sulla giovinezza dell’autore fantasy!

Nicholas Hoult sarebbe in fase di trattative col regista Dome Karukoski per il ruolo dello scrittore!

Il regista finlandese si occuperà di un progetto diverso rispetto al biopic annunciato lo scorso novembre (Middle Earth) diretto da James Strong.
Se non sapete di che sto parlando, andate a leggere il mio articolo: Middle Earth, il biopic su J.R.R. Tolkien

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Il film di Karukoski, scritto da David Gleeson e Stephen Beresford , racconterà la giovinezza del giovane Tolkien, eventi antecedenti la Prima Guerra Mondiale. Tolkien avrebbe poi servito nell’esercito britannico tra il 1916 e il 1920.

L’idea è quella di un biopic romantico, che mescola fatti realmente accaduti con una versione romanzata della storia d’amore tra il protagonista e la donna della sua vita, Edith Mary, con cui fu sposato dal 1916 fino alla morte di lei, nel 1971.
Per ora pare che il titolo sia semplicemente Tolkien.

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Nicholas Hoult ha già dato prova di essere un attore capace in molte pellicole di successo, tra cui Mad Max: Fury Road, gli ultimi film della saga degli X- Men e, più recentemente, ha interpretato l’autore J.D. Salinger ne Il giovane Holden.

 

Spider-Man: Homecoming di Jon Watts (2017)

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DATA USCITA: 06 luglio 2017
GENERE: Azione, Fantasy
ANNO: 2017
REGIA: Jon Watts
SOGGETTO: Stan Lee, Steve Ditko (fumetto)
Jonathan M. Goldstein, John Francis Daley (storia)
SCENEGGIATURA: Jonathan M. Goldstein, John Francis Daley, Jon Watts, Christopher Ford, Chris McKenna, Erik Sommers
ATTORI: Tom Holland, Marisa Tomei, Robert Downey Jr., Donald Glover, Jon Favreau, Zendaya, Martin Starr, Michael Keaton, Gwyneth Paltrow, Garcelle Beauvais, Logan Marshall-Green, Angourie Rice, Stan Lee, Hannibal Buress, Tony Revolori, Bokeem Woodbine
PAESE: USA
DURATA: 130 Min
FORMATO: 2D e 3D
DISTRIBUZIONE: Warner Bros.

TRAMA:  il giovane Peter Parker (Tom Holland) è stanco dell’eroismo “da quartiere” e sente il bisogno di dimostrare il suo vero potenziale, non soltanto alle persone che seguono le gesta dell’Uomo Ragno su Youtube, ma anche e soprattutto al mentore Tony Stark. Da quando ha acquisito incredibili abilità fisiche e riflessi di ragno, Peter è passato dall’essere un adolescente ordinario, alle prese con i compiti e la scuola, gli amici invadenti, i bulli, le prime cotte, lo sguardo vigile di zia May (Marisa Tomei), a vestire i panni dell’eroe novello, lanciandosi in missioni pericolose contro avversari spietati e pieni di rancore. Fino a quando un nemico sconosciuto di nome Avvoltoio (Michael Keaton) non minaccia la sua famiglia e i suoi affetti. Allora Spider-Man dovrà mettere da parte l’imprudenza e l’entusiasmo del ragazzino e diventare un eroe adulto e capace.


La giusta Timeline 

Il Marvel Cinematic Universe sa essere molto confusionario, per cui facciamo chiarezza: l’inizio è ambientato a New York, dopo la battaglia tra Avengers e Chetauri, in cui la Stark Tower viene distrutta. Successivamente c’è un salto temporale di 8 anni, in cui Spider-Man è reduce dal conflitto di Capitan America: Civil War.
Questo collocherebbe il film nel 2020, invece che nel 2016 (3 mesi dopo lo scontro in Civil War). L’aggiustamento temporale è servito a far incastrare la presenza di un giovane Peter Parker in Iron-Man 2. Il MCU ha infatti dichiarato che il bambino con la maschera di Iron-Man che compare nel film è un giovanissimo Spider-Man di 6 anni.

Spider-Man: Homecoming è la pellicola numero 4 della Fase Tre del MCU, iniziata con Captain America: Civil War e che si concluderà nel 2019 con un film sugli Avengers, ancora senza titolo.


Il Terzo Spiderman

Peter Parker: Spider-Man is not a party trick!

Nuovissima versione, totalmente staccata dalle precedenti, per L’Uomo Ragno. La terza, dopo quelle interpretate da Tobey Maguire e Andrew Garfield.
Tom Holland è uno Spiderman più giovanile, al passo coi tempi e dell’età giusta.
Il problema principale dei suoi precedenti colleghi è che non sembrano liceali (e non si comportano come tali).
Tobey Maguire è stato, senza ombra di dubbio, uno Spiderman eccezionale, complice anche la bravura del regista Sam Raimi, ma forse fin troppo lontano dallo spirito Marvel, colorato, giovane e allegro. Lo Spiderman di Raimi assomiglia più a un film autoriale che a un cinecomic.
Andrew Garfield si è ritrovato in un ruolo che non gli si addice, invischiato in una sceneggiatura debole. Per non parlare poi del sequel.
Il terzo Spiderman sembra quindi essere il più vicino all’idea originale, più fedele ai fumetti, ma con un occhio di riguardo per i nostri tempi, aggiungendo particolari moderni, come i vlog e YouTube.

Mi sono particolarmente piaciuti i riferimenti che il regista Jon Watts fa alle pellicole di Raimi.

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L’ombra di Tony Stark

Nel film non assisteremo alla morte di zio Ben, non vedremo gli Osborn e non ci sarà una fragile rossa da salvare in continuazione. Questo è lo Spidey degli inizi: incerto, imbranato e desideroso di diventare qualcuno. Siccome è un ragazzino ha bisogno di un appoggio, di un mentore. Viene in suo aiuto Tony Stark (aka Iron-Man), particolarmente protettivo nei suoi confronti. Robert Downey Junior nel film c’è e si vede. Onnipresente, anche quando non è in scena, perché nominato molto spesso. Sembra quasi che il film si debba intitolare “Iron-Man accompagna Spider-Man”. Ben introdotto nella storia, ma mal gestito a livelli di sceneggiatura.

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Michael Keaton: Batman, Birdman e ora Avvoltoio

Il neo più grosso della Marvel è il non aver avuto grandi villain recentemente. In questo Michael Keaton si è rivelato vincente. Un bravissimo attore che ha saputo valorizzare al meglio il personaggio de l’Avvoltoio. C’era il rischio che passasse come l’ennesimo cattivone in costume che le spara grosse, ma che poi basta poco per mandare giù. L’Avvoltoio di Keaton, invece, è un super villain, accattivante e sufficientemente malvagio. Che abbia preso lezioni sul set di Batman? Infatti l’attore ha interpretato lo storico personaggio della DC, diretto da Tim Burton, nel 1989.
Ironia della sorte il suo personaggio in Birdman è un attore fallito, diventato famoso grazie al suo eroe alato, costume che ricorda molto quello de l’Avvoltoio.

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Un cast multiculturale e anticonvenzionale 

Molto gradita la scelta di un cast che non si basasse sui film precedenti. Il figo della scuola è Tony Revolori, già visto in Gran Budapest Hotel, qui interpreta il bulletto che fa il DJ alle feste e partecipa al Decathlon scolastico. Non il solito biondino muscoloso di turno. Diciamo che l’antipatia non ha etnie, ecco.
Il simpaticissimo (e nerdissimo) miglior amico di Peter è un cicciottello filippino.
Le ragazze non sono convenzionali e hanno una specifica personalità. Interessante il personaggio di Michelle (Zendaya), chiamata MJ, per cui ci si aspetta qualcosa di più per il sequel.
Zia May, questa volta, è una giovane donna intraprendente, simpatica e alla mano, interpretata dalla brava Marisa Tomei.

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Per concludere

Il miglior cinecomic su Spider-Man mai realizzato, più fedele ai fumetti, senza nulla togliere alla trilogia di Sam Raimi, ma questo genere di pellicola rispecchia molto di più la filosofia Marvel.
Il film risulta fresco, giovane e molto scorrevole. Non ci sono scene in cui la situazione si presenta “bloccata”.
Michael Keaton regala il miglior villain Marvel mai visto sugli schermi.

Voto: 8+

Grazie della lettura, alla prossima!

Martina V.

Temporali estivi

Sono stata piuttosto assente, e lo sono stata dopo aver promesso di non esserlo più. Che triste gioco del destino.
Siamo alla fine di giugno.
È estate da soli otto giorni e io non vedo l’ora che finisca.

Sono un po’ presa dal caldo, dallo studio, dagli impegni, dalla ricerca…

Il caldo che ti annebbia il cervello, gli esami universitari, la ricerca di uno spazio.

Sto cercando di tirarmi avanti il più possibile, con la voglia di arrivare a destinazione, ma la paura di vedere cosa c’è dopo.
Colloqui per il servizio civile a settembre.
La ricerca di un nuovo appartamento.
Il timore di come sarà la nuova vita.

I temporali estivi che non ti fanno uscire di casa.

Ma io sono sempre qui, a fare il bis di lasagna e con un sacco di ansia e stress in più che mi consumano piano piano.

Sono qui, ma è come se non ci fossi. Non ho tempo per leggere, per fare foto, per andare al cinema. Sono la Martina di sempre? Forse no. Ma settembre arriverà presto.

E anche i temporali estivi lasceranno il posto alle foglie che cadono.

Grazie della pazienza e alla prossima,
Martina V.

20 anni di Harry Potter

Vent’anni fa il famoso maghetto approdava nelle librerie, rivoluzionando il mondo del fantasy e dell’editoria!

Dal rifiuto al record di vendite.

Era il 1997 quando, in una lavanderia di Edimburgo, la vita a Hogwarts cominciava a prendere vita dalla mano di Joanna Rowling, squattrinata ragazza madre.

Il manoscritto venne respinto in svariate case editrici finché Nigel Newton, presidente di Bloomsbury (una, allora, piccola casa editrice indipendente) decise di pubblicarlo, dopo che il libro era stato divorato dalla figlioletta di 8 anni.

Un successo inaudito: 7 romanzi, 8 film, spettacoli teatrali, videogiochi, un parco a tema, merchandising a non finire…
Pare che ora J.K. Rowling sia più ricca della regina Elisabetta.

L’intera serie, tradotta in 77 lingue, incluso il latino e il greco antico, ha venduto 450 milioni di copie. Solo la Bibbia batte i suoi record.

Nuove edizioni personalizzate!

Per festeggiare i vent’anni dalla prima pubblicazione de La Pietra Filosofale la casa editrice ha deciso di pubblicare una nuovissima edizione con quattro diverse versioni del libro, ognuna dedicata ad una Casa di Hogwarts.
Disponibili da giugno sia in versione rigida che tascabile.


Ancora non sapete quale comprare? Andate su Pottermore per venire smistati nella vostra Casa!


Sapevate che “Harry Potter e la pietra filosofale”, primo dei setti volumi della saga, fu stampato in una tiratura iniziale di soli 500 esemplari? Se siete così fortunati da possederne una copia, sappiate che vale circa 36 mila euro!


Augurando buon compleanno alla saga più magica di sempre,
grazie della lettura!

Martina. 

P.S. Da sempre Corvonero!

 

Consigliato: Il trisavolo di Harry Potter.

*Letture sotto l’ombrellone* 5 libri per gli amanti dell’horror

A distanza di mille anni torna la mia rubrica più estiva!
Sia chiaro: rubrica sempre non richiesta, ci mancherebbe!
Potete trovare i primi due capitoli qui: *Letture sotto l’ombrellone* 5 libri per gli amanti del fantasy  –  *Letture sotto l’ombrellone* 5 libri per gli amanti dell’avventura
Imbarazzanti e acerbi. Spero di essere migliorata col tempo.

Cinque grandi titoli, poche pagine. Tutte da leggere nei tempi morti delle vostre pigre vacanze.


  1. Il Pozzo e il Pendolo di E. A. Poe
    Maestro dei racconti dell’orrore per eccellenza. Questo, a mio parere, è quello che meglio rappresenta la cultura horror. Il raccapricciante ritmo della narrazione vi cullerà meglio del piatto mare dove vi state bagnando le caviglie.
    80 pagine
    Voto: 9
  2. Frankestein di Mary Shelley
    Il romanzo con cui la scrittrice è riuscita a cambiare il genere gotico, collegando l’orrore a basi scientifiche, rendendolo più realistico e creando le basi della letteratura fantascientifica. I personaggi perfettamente descritti e il dramma di una creatura fin troppo umana, vi faranno saltare il richiamo dei bomboloni caldi in spiaggia.
    240 pagine
    Voto: 8
  3. Carrie di Stephen King
    Cosa vi devo dire sul maestro dell’horror? Non il suo miglior romanzo, ma uno dei più brevi. Chiudete bene la porta del vostro bungalow.
    200 pagine
    Voto: 7+

  4. Io sono leggenda di Richard Matheson
    Storia dell’ultimo uomo rimasto sulla Terra che deve lottare per la sopravvivenza. Consigliato agli amanti delle creature notturne. Forse conoscerete il film con Will Smith. Per chi si sente un vampiro anche sotto la luce del sole.
    180 pagine
    Voto: 7

  5. Psyco di Robert Bloch
    Leggendario scrittore horror, Bloch ci regala questo viaggio nell’oscurità della mente di un uomo. Non adatto se cercate una lettura leggera, perché le trame che si snodano dovete seguirle attentamente. Da questo romanzo Hitchcock ha creato un capolavoro. Per chi non conosce riposo. 
    180 pagine
    Voto: 9

 


Al prossimo mese, con altri cinque titoli!
Buona estate a tutti!
Martina V.

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*Libri e Psicologia* 10 Titoli per chi vuole approfondire il lato oscuro della mente (Parte due)

*Libri e Psicologia* 10 Titoli per chi vuole approfondire il lato oscuro della mente (Parte prima)

Vorrei inaugurare una nuova rubrica: Libri e Psicologia.
Alcuni libri saranno delle testimonianze, magari da leggere per sentirsi più compresi; altri saranno delle vere e proprie storie, tristi o felici che siano.

Oggi vi fornisco 5 titoli di romanzi che trattano l’argomento psiche.

E ricordate: i libri fanno sentire meno soli.


“Ragioni per Continuare a Vivere” di Matt Haig.

Quarta di copertina: e così viene fuori che non solo siamo fatti di universo, siamo “materia stellare”, come diceva Carl Sagan, ma siamo anche vasti e complicati come l’universo. La psicologia evoluzionistica potrebbe avere ragione. Noi umani potremmo esserci evoluti troppo. Il prezzo da pagare per essere abbastanza intelligenti da diventare la prima specie con una piena consapevolezza del cosmo potrebbe essere la capacità di percepire tutta l’oscurità che l’universo contiene.

Cosa succede nella mente di una persona che, di colpo, precipita nel baratro della depressione? Quali cortocircuiti scattano a destabilizzarne l’esistenza? Solo coloro che hanno vissuto un’esperienza simile sono in grado di spiegarlo, e Matt Haig è tra questi. Ammalatosi all’età di ventiquattro anni, si è ritrovato ad affrontare giornate infinite, dominate dalla paralisi e da pensieri suicidi, che adesso, a distanza di quattordici anni, rievoca nelle pagine di questo libro. Le sue sono le parole lucide e serene di chi è passato attraverso una grande prova e ha saputo riemergerne, più forte e più attaccato alla vita. Ben oltre il memoir e la cronaca di un viaggio di andata e ritorno nell’abisso, “Ragioni per continuare a vivere” è una testimonianza vibrante di emozione e di ironia, un aiuto per chi è stato colpito dalla malattia, una possibilità di capire per chi vive accanto a una persona depressa. Per tutti, l’invito a una maggiore consapevolezza del nostro tempo su questa Terra e a un ascolto più attento di quello che ci accade, per cogliere ogni giorno in chi amiamo, in ciò che realmente siamo, le ragioni per vivere.


“Mangia, prega, ama – Una donna cerca la felicità” di Elizabeth Gilbert.

Quarta di copertina: Liz è bella, bionda, solare; ha una grande casa a New York, un matrimonio perfetto, un lavoro invidiabile. Eppure, in una notte autunnale, si ritrova in lacrime sul pavimento del bagno, con l’unico desiderio di essere mille miglia lontana da lì. Quella notte, Liz capisce di non volere niente di tutto quello che ha. Dopo aver portato a compimento il proprio difficoltoso divorzio, la Gilbert trascorre l’anno successivo a viaggiare per il mondo.

Elizabeth Gilbert ci racconta le tappe della sua personalissima ricerca della felicità: l’Italia, dove impara l’arte del piacere, ingrassa di 12 chili e trova amici di inestimabile valore; l’India, dove raggiunge la grazia meditando in compagnia di un idraulico neozelandese dal dubbio talento poetico; e l’Indonesia, dove uno sdentato sciamano di età indefinibile le insegna a guarire dalla tristezza e dalla solitudine, a sorridere e a innamorarsi di nuovo. “Mangia prega ama” è la storia di un’anima irrequieta, con cui è impossibile non identificarsi.


“Una Mente Inquieta” di Kay Redfield Jamison.

Quarta di copertina: “Quando ho pensato di scrivere questo libro, l’ho concepito come un libro sull’umore e su una malattia dell’umore. Così come l’ho scritto, invece, è diventato anche un libro sull’amore: l’amore che sostiene, che rinnova e che protegge.”
Bambina emotiva, poi adolescente depressa e infine giovane vittima della sindrome maniaco-depressiva, per Kay Redfield Jamison studiare e comprendere la sua malattia era l’unica speranza di salvezza. Il suo libro è il suo coraggioso resoconto di una lotta durata trent’anni, una testimonianza di grandissimo valore, al tempo stesso umano e scientifico, su cosa significhi essere depressi e su cosa si possa fare per uscire dal tunnel del male oscuro.

È stato dopo molti e ragionevoli dubbi che l’autrice di questa coraggiosa autobiografia, una psichiatra considerata fra le massime autorità nel campo delle ricerche sulla malattia maniaco-depressiva, ha trovato il coraggio di raccontare la propria storia. Una lotta, durata oltre trent’anni contro gli stati maniacali, depressivi e psicotici. Una testimonianza di grandissimo valore, al tempo stesso umano e scientifico, su cosa significhi “essere depressi” e su cosa si possa fare per uscire dal tunnel.


“Uno, Nessuno e Centomila” di Luigi Pirandello. 

Quarta di copertina: chi siamo veramente? E cosa accadrebbe se scoprissimo che gli altri hanno un’immagine di noi completamente diversa da quella che credevamo? E’ ciò che succede al ventottenne Vitangelo Moscarda, ricco erede di un banchiere, quando un commento distratto della moglie gli fa notare per la prima volta un difetto fisico che aveva sempre ignorato: il suo naso pende lievemente verso destra e lui non se ne era mai accorto. Un episodio banale che diventa ben presto un’ossessione, spingendolo a compiere gesti insensati per distruggere l’opinione che la gente si è fatta di lui. Dal rapporto con la moglie agli affari di famiglia, tutto viene travolto in un vortice di follia.

Un capolavoro che dipinge in ogni sua sfaccettatura la crisi di identità dell’uomo novecentesco. Ne ho già parlato in questi vecchissimi articoli: “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello e La follia, quel lato oscuro oltre la ragione.


“Il Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares” di Fernando Pessoa.

Quarta di copertina: “Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire”.

“Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio, è un romanzo doppio, perché Pessoa ha inventato un personaggio di nome Bernardo Soares e gli ha delegato il compito di scrivere un diario. Soares è cioè un personaggio di finzione che adopera la sottile finzione letteraria dell’autobiografia. In questa autobiografia senza fatti di un personaggio inesistente consiste l’unica grande opera narrativa che Pessoa ci abbia lasciato: il suo romanzo”. (Antonio Tabucchi)

 

 


La prima parte potete leggerla qui: *Libri e Psicologia* 10 Titoli per chi vuole approfondire il lato oscuro della mente (Parte prima)

Grazie della lettura,
Martina V.

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Il peso delle parole.

Cara Sconosciuta, io non ti conosco, ma sembra tu conosca me.
Non so chi tu sia, eppure hai avuto modo di giudicarmi.
Lo hai fatto nel modo più meschino che io conosca, sussurrando, senza nemmeno tentare di nasconderlo. Senza smettere di guardarmi. Senza nemmeno provare un po’ di vergogna.

Forse hai pensato di potermi giudicare all’apparenza, dall’alto dei tuoi serici capelli biondi e della tua vana sigaretta.
Tu, seduta al tavolino con un’amica. Io, in fila per un gelato. Una settimana fa.
“Ma quella è Martina?”
La tua amica te l’ha confermato.
“Che brutta.”

Non c’è nemmeno stato bisogno di leggere il labiale perché ti ho sentita molto bene.
Non capisco se devo essere bella per te, o cosa.
Ma soprattutto: quel commento ti ha cambiato la giornata?
A me ha cambiato la settimana.

Hai beccato la persona sbagliata per questo genere di commenti superficiali. Non sono in grado di farmeli scivolare addosso. Quel commento mi pesa ancora come un macigno. Come se la mia autostima non fosse già abbastanza bassa…
Fossi stata un po’ più forte sarei venuta lì e ti avrei chiesto “Ci conosciamo?”, invece mi sono curvata, come per nascondermi, e ho cercato di andarmene il più velocemente possibile.
Il senso di inadeguatezza è ancora lì, ma tu probabilmente te ne sarai già dimenticata.

Non so come fai a sapere il mio nome, per me rimani una Sconosciuta e, sinceramente, non ho nessun interesse nello scoprire chi tu sia.
Ti vorrei consigliare, però, ti ponderare le tue parole, di pesarle.

Oppure pensa prima di parlare, che è meglio.
Ci sono persone molto meno forti di me, a cui avresti potuto causare danni molto più seri.
Il peso delle parole per qualcuno è insopportabile.

Vaffanculo,
con affetto,

Martina.